Marco Ferrazzoli intervistato da NdG su nuovi media e vecchie democrazie

30 agosto 2012 17:55 0 comments

Giornalista con esperienze, tra gli altri, a Libero, Italia settimanale, Tg2 e Radio Rai, Marco Ferrazzoli dal 2004 è capo dell’Ufficio stampa del Consiglio nazionale delle ricerche. È intervenuto all’ultimo ws di Nodo di Gordio sul tema “Nuovi media e vecchie democrazie”. Lo abbiamo intervistato per approfondirne alcuni aspetti.

Di saggi e articoli sul fenomeno dei new media e sulla crisi dei sistemi democratici ne escono molti, c’è ancora qualcosa da dire su questo tema?

Le analisi sulla crisi dei sistemi di rappresentanza politico-istituzionale abbondano ma spesso mancano di approccio scientifico e finiscono per concentrarsi sul dito, per esempio il comportamento della classe dirigenziale di un certo Paese, anziché sulla Luna che tale crisi ci indica. Trovo per esempio limitativo l’approccio che demonizza gli esecutivi ‘tecnici’ e quelli insediatisi in alcuni paesi europei dopo la crisi economico-finanziaria, considerandoli emanazioni di potentati finanziari che avrebbero surrogato la ‘politica’. Intanto, non mi convince il vago complottismo che retrostà all’analisi e comunque l’analisi è parziale.

In che senso?

L’internazionalizzazione o globalizzazione delle decisioni politiche è un dato indiscutibile ma che si presenta sotto diversi aspetti, rispetto ai quali le reazioni variano molto. Faccio un esempio: le normative ‘ambientali’ non suscitano ‘scandalo’, nonostante siano imposte ‘top down’ indipendentemente dalle ‘volontà popolari’ e benché penalizzino le aziende italiane (e di altri competitori) sul mercato planetario, poiché incontrano una sensibilità fortunatamente diffusa a livello popolare. Ma la percezione diffusa è un metro di giudizio sufficiente? E come si correla, tramite il volano mediatico, alle decisioni dei vertici istituzionali? Restando al nostro esempio, che non intendo assolutamente
discutere nel merito, sul metodo mi chiedo: i dati scientifici assunti alla base di certe misure sono davvero valutati in modo adeguato, competente e compiuto da parte di decisori politici, mass-media e opinione pubblica? Quella del riscaldamento e dell’inquinamento è una realtà scientificamente complessa che, spesso, viene ridotta e banalizzata al livello di meri slogan.

Insomma, è tutta colpa dei media?

Certamente no, ma i media e le cosiddette Ict, cioè le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, possono svolgere un ruolo fondamentale nella diffusione dei contenuti e dei messaggi culturali in base a cui si operano le scelte politiche fondamentali. E quindi la ‘sottrazione di sovranità’ indubbiamente subita dalle democrazie va analizzata anche in considerazione dell’epocale cambiamento mediatico che stiamo vivendo, non solo delle evoluzioni economico-finanziarie.
D’altronde i sistemi politici hanno sempre risentito dei cambiamenti culturali e materiali, le stesse liberal-democrazie parlamentari non sarebbero nate senza le rivoluzioni industriali.

I new media come potenti catalizzatori del consenso non rappresentano però un pericolo?

I mezzi di comunicazione fungono da acceleratori e amplificatori dei contenuti che vengono forniti dai soggetti più vari, soprattutto con le nuove tecnologie informatiche e telematiche che in apparenza sono a disposizione di tutti. Non bisogna quindi demonizzarli ma è fatale che veicolino più facilmente messaggi di dissenso, che sono sempre più semplici e facili da esprimere, che non di consenso.
Pensiamo a quanto è accaduto con i grillini a Parma: nel giro di pochi giorni il tam tam di un abilissimo comunicatore web ha portato a eleggere un sindaco e a sfiduciarne un assessore.

È un discorso che vale solo per l’Italia?

Non solo, ma per noi credo valga in modo particolare. Il nostro paese è sempre stato affetto da un diffuso sentimento di sfiducia, in senso sia ‘orizzontale’ sia ‘verticale’, tanto da parte delle basi popolari verso le élite quanto in direzione contraria. Per fare un altro esempio, pensiamo alla Tav dove si sono contrapposte sterilmente una fazione contraria all’opera, con motivazioni che non paiono del tutto esenti dalla ‘sindrome nimby’, e una sorta di ‘dirigismo statalista’ rappresentato da chi sostiene che l’opera ‘s’ha da fare’ solo e perché ha superato i vagli burocratici previsti. Questa speculare e paralizzante sfiducia si ripropone spesso ed è divenuta in tempi recenti una criticità nazionale: le reti di comunicazione e informazione rischiano di aggravarla, fornendo a ciascuna parte in causa non solo il diritto sacrosanto di rappresentare la propria opinione ma anche quella che potremmo chiamare ‘l’illusione di essere competenti a giudicare’, il che è invece sempre da dimostrare.

Ma la rete non è una grande opportunità di informazione e formazione per i cittadini?

Lo è senz’altro se si possiedono già strumenti culturali adeguati, altrimenti l’affastellamento di informazioni non verificate né verificabili può diventare la più subdola forma di incompetenza, poiché non è compensata dalla ‘curiosità socratica’. Questo ci rende cittadini poco consapevoli, paradossalmente, anche quando pensiamo di difendere i nostri diritti: pensiamo ai servizi pubblici, sui quali la lamentela generalizzata e sistematica contro i ‘tagli’ spesso fa da contraltare demagogico alla supina accettazione di erogazioni di qualità pessima, nonostante le imposizioni fiscali pesantissime a cui siano soggetti! Mentre ci è intuitivamente chiara l’inaccettabilità di un regime liberticida o guerrafondaio, non riflettiamo altrettanto su quella di un sistema senza giustizia, vivibilità, uguaglianza di diritti e piena rispondenza tra diritti e doveri.

Dunque, rete del caos e non della coscienza civica?

La demonizzazione apocalittica, ripeto, è perdente e comunque ingiusta: la nostra vita con i new media e le Ict è migliorata moltissimo. Ma non bisogna assumere questi strumenti per taumaturgiche panacee: non è da essi che, sic et simpliciter, arriveranno democrazie ‘nuove’ nel senso di migliori, più rappresentative ed efficaci.
Intanto, perché questi pur diffusissimi mezzi sono detenuti solo da una parte della cittadinanza e creano un digital divide che non è certo il paradigma della democrazia egalitaria. Qualunque processo di acculturazione è positivo, è scontato dirlo, ma va ricordato che la cultura e la ricchezza sono relative alla condizione media di riferimento: quindi, l’aumento vertiginoso delle informazioni disponibili quindi ci rende paradossalmente meno informati. Poi ci sono da tenere in considerazione aspetti ‘semiotici’ come la tendenza a diffondere contenuti iconizzati, che finisce per far prevalere l’impatto emotivo e la condivisione empatica rispetto alla valutazione razionale ed equilibrata.

Ma le ‘primavere arabe’ non sono state anche frutto del web, volano delle istanze democratiche delle popolazioni?

In parte sì, ma dobbiamo ancora capire quanto saranno ‘democratici’ i regimi eletti dopo le primavere. Sulla sponda settentrionale del Mediterraneo, invece, il web sembra veicolare soprattutto posizioni ‘anti’.

Si potrebbe riconoscere ai mezzi di comunicazione un ruolo istituzionale, farne una sorta di quarto potere montesquieano?

Si potrebbe ipotizzare l’attivazione di un meccanismo di ‘sondaggio permanente’, garantito scientificamente e moderato imparzialmente, che garantisca il consenso in tempo reale ad alcune decisioni fondamentali dei rappresentanti eletti: ma senza scivolare nell’“abuso della statistica” paventato da Borges. Un adeguato contrappeso potrebbe essere, pertanto, affidare a istituzioni non condizionate dal consenso elettorale alcune riforme strutturali che necessitano di risorse e di respiro adeguati, così da evitare le altalene sfibranti degli ultimi anni su temi quali sanità, istruzione e ricerca.

Basterebbe per rinvigorire le indebolite democrazie occidentali?

Su questi temi è sempre molto più facile fare diagnosi che terapia, possiamo al massimo azzardare qualche ipotesi. Per rendere le rappresentanze istituzionali più aderenti agli interessi e all’‘identità’ degli elettori, essendo evidentemente consunti i partiti di matrice ‘ideologica’, si potrebbero pensare rappresentanze a livello territoriale e di gruppi di interesse. Mi convince meno l’ipotesi presidenziale, che pure avrebbe il vantaggio di assegnare una delega forte a un leader in grado di operare senza l’alea delle mutazioni di opinione: in Italia la tradizione storica del ricorso al ‘deus ex machina’ – e, alternativamente, al ‘capro espiatorio’ – è così tristemente consolidata da far temere che quest’istituto aggraverebbe la situazione.

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