Geopolitica del Conclave

14 febbraio 2013 01:10 3 comments

Share this Article

Author:

VATICANO - PAPA FUNERALOsservazioni di Andrea Marcigliano

Alcune osservazioni, e riflessioni, in prospettiva dell’ormai imminente Conclave. Nessun toto-pontefice, per carità… Non siamo i bookmakers di Londra, forse gli unici che, almeno qualche volta in passato, hanno azzeccato le previsioni, e rifuggiamo dalla pessima abitudine che trasforma gli italiani tutti in Commissari Tecnici prima dei Mondiali di calcio e, come si è reso evidente in queste ore, in Vaticanisti prima di un Conclave. Non azzarderemo, quindi, previsioni più o meno sconclusionate su chi potrebbe essere il nuovo Pontefice. Solo ci limiteremo appunto a sparse riflessioni sulle conseguenze geopolitiche di una scelta oppure di un’altra.

Insomma, sugli, ipotetici, scenari che si potrebbero prospettare da qui a qualche settimana con la scelta del successore di Benedetto XVI.
Prima ipotesi: un Papa europeo. Massimo Cacciari – uno dei pochi che, interrogati ed intervistati in merito, hanno saputo articolare un ragionamento sensato e compiuto – ha detto, giustamente, che la Chiesa non può, nell’attuale situazione, perdere l’Europa. Ovvero scegliere un Pontefice proveniente da un altro Continente e, quindi, con una diversa, e distante sensibilità.
Diversa e distante soprattutto da Benedetto XVI, che è stato un Pontefice decisamente molto europeo, tanto da lanciare una vera e propria campagna di ri-evangelizzazione del Vecchio Continente. Allontanarsi dall’Europa, oggi, implicherebbe una contraddizione della politica del Pontefice “dimissionario”, e questo appare effettivamente difficile, anche perché certo Ratzinger non avrà mancato di preparare il terreno per la propria successione.

Un nuovo Papa europeo, inoltre, avrebbe un significato importante in questo momento di crisi della UE e di declino dell’importanza, tanto economica che politica, del nostro Continente. Se poi questo Pontefice provenisse dall’area “tedesca” – cosa che, però, appare alquanto improbabile – come ad esempio il Primate di Vienna Christoph Schoenborn, che di Benedetto XVI è stato allievo, rappresenterebbe non solo un segno di continuità nella politica della Chiesa, ma anche un forte segnale in qualche modo favorevole all’unità politica dell’Europa, della quale la Germania – nonostante la pessima prova delle sue attuali élite e la politica provinciale e micragnosa di Angela Merkel – costituisce pur sempre il centro permotore. Se, poi, il nuovo Papa venisse dall’Europa Orientale – altra ipotesi alquanto fragile dopo il (troppo) lungo Pontificato polacco di Wojtyla – questo potrebbe – ma il condizionale è d’obbligo – significare una maggiore insistenza sul dialogo, caro a Ratzinger, con l’Ortodossia e, in particolare, con Mosca. In pratica uno spostamento verso l’Est europeo dell’attenzione del Vaticano, importante anche per definire e ridefinire i (dubbi) confini dell’idea stessa di Europa.

Altra cosa, ovviamente, significherebbe la scelta di un Papa “americano”. In primo luogo nordamericano, statunitense come Thimoty Dolan arcivescovo di New York, o il frate cappuccino Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, o anche l’arcivescovo di Los Angeles José Horatio Gomez, che per le sue origini di latinos rappresenterebbe anche un ponte con l’America Latina e, soprattutto, con la nuova realtà del sud degli States, popolati sempre più di immigrati mesoamericani, quell’area che, significativamente, Huntington ha ribattezzato “Mexifornia”. O potrebbe trattarsi anche di un canadese come Marc Ouellet attuale prefetto della Congregazione dei Vescovi, e quindi ben addentro nei segreti e complessi meccanismi della Curia romana…
Comunque, un Papa “americano” rappresenterebbe uno spostamento dell’attenzione “geopolitica” della Chiesa verso “Occidente”, verso, da un lato, i centri nevralgici del potere economico mondiale – e questo sarebbe certo un dato non trascurabile in questo momento di grave crisi finanziaria/economica globale – e in direzione di quella che è ancora la prima potenza mondiale, gli USA, ancorché questo primato appaia, ogni giorno di più, in discussione.

Un Pontefice proveniente da quello che, fino a non molti anni fa, eravamo soliti chiamare “Terzo Mondo”? Beh, qui sarebbe necessario operare molte distinzioni. Un latino-americano assumerebbe significato diverso se provenisse da un paese come il Brasile – l’arcivescovo di San Paulo Odile Pedro Scherer – e l’Argentina – e si fa il nome del cardinale di Buenos Aires Leonardo Sandri, di origine italiana e gradito a molti uomini di Curia – che rappresentano, pur con molte contraddizioni macroscopiche, l’ascesa di una nuova, grande realtà geo-economica – e in prospettiva inevitabilmente anche geopolitica – “meridionale”, o se, invece, fosse espressione di realtà diverse e, come l’honduregno arcivescovo di Tegucicalpa Oscar Rodriguez Maradiaga, che rappresenterebbe una, per molti versi oggi impensabile, riapertura di credito non tanto alla vecchia “teologia della liberazione”, quanto ad un mondo latino-americano pervaso di fermenti populisti e rivoluzionari, ma al contempo anche strategico per molti motivi. Da quelli squisitamente “geografici” a quelli economici (petrolio e gas).

Lontana, poi, lontanissima la prospettiva di un “Papa Asiatico”. L’unico nome che ricorre è quello dell’arcivescovo di Manila Luis Antonio Taigle, per altro troppo giovane e troppo “periferico” per la Chiesa Cattolica, che è sì “Universale”, ma è, e tende a restare anche Romana.
L’Asia, per la Chiesa è, infatti, ancora terra difficile, di Missione, dove la sua presenza deve essere felpata, per non urtare non solo sensibilità politiche – si pensi ai sempre tesi rapporti con Pechino – ma anche con altre, complesse e radicate, tradizioni religiose. Che, dal Giappone all’India, sino all’emergente potenza Indonesia rappresentano, al di là delle questioni di “fede”, un complesso groviglio di interessi economici sempre più rilevanti, e di tensioni e disegni strategici geopolitici.

Troppo presto, probabilmente, anche per quel “Papa Nero” i cui molto si favoleggia in queste ore, facendo i nomi del nigeriano Francis Arinze – per altro uomo di Curia – e del Ghanese Peter Turkson. L’elezione di un africano, per altro, potrebbe assumere il significato di un segnale nei confronti dei cristiani di quel Continente sempre più pressati e perseguitati dall’avanzata di gruppi e forme del jihadismo islamista. Un segnale anche per le grandi potenze che stanno giocando un complesso risiko africano: Stati Uniti e Cina.
Infine, naturalmente, ci sono gli italiani. Dopo un lungo digiuno potrebbero riprendersi la Cattedra di Pietro, ma sono troppo divisi fra loro. Tuttavia i bookmakers di Londra danno favorito l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, già braccio destro di Ratzinger alla Dottrina della Fede.
Un “duro” e, soprattutto, oltre che un teologo un abile politico. Potrebbe portare avanti la politica di Benedetto XVI con più energia e, rispetto al viennese Schoenborn, con maggiore attenzione all’Europa Mediterranea. Un segnale per Berlino…

3 Comments

Leave a Reply