Dialoghi mediterranei

17 novembre 2018 15:28 1 comment

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Dialoghi mediterranei

Da qualunque prospettiva lo si voglia guardare, il vertice di Palermo sulla Libia degli scorsi 12 e 13 novembre ha rappresentato un punto di svolta nella politica estera italiana. Le critiche, talvolta ingiustificate e pretestuose, sugli esiti della conferenza internazionale promossa dall’Italia non trovano sufficienti riscontri tali da parlare di fallimento diplomatico. Anzi, quello di Palermo è stato un incontro qualificato per rimettere l’Italia al centro dello scacchiere internazionale soprattutto nella complessa gestione della più vasta area mediterranea.

Ecco perché ho chiesto all’amico Gianni Bonini, attento osservatore della storia e dei futuri scenari che vedranno coinvolto il “Continente liquido” ed i Paesi che vi si affacciano, di avviare una riflessione sulle prospettive e sullo sviluppo di nuove forme di collaborazione internazionale. Riflessioni che raccoglieremo in questa nuova rubrica del Nodo di Gordio dal titolo: “Dialoghi mediterranei”.

Daniele Lazzeri

 

Una lunga marcia attraverso il Mediterraneo

Guardiamoci dai giudizi affrettati e di comodo, caro Daniele, ho twittato un paio di giorni fa e lo ripeto ora rispondendo alla tua sollecitazione di aprire con un intervento breve e sintetico il confronto via web in merito alla Conferenza di Palermo sulla Libia, che sta diventando purtroppo terreno di scontro tra tifoserie, non l’occasione, come dovrebbe, per un confronto serio sulla nostra strategia nel Mediterraneo dopo le sciagurate primavere arabe. Perché da qui dobbiamo cominciare se vogliamo fare un’analisi seria e ripartire con l’esatta percezione dei mutamenti intervenuti nel sistema internazionale. La destabilizzazione provocata nel 2011 dall’iniziativa franco- inglese, con la copertura dell’allora amministrazione americana del duo Obama-Clinton, è stata insieme alla guerra civile siriana il frutto più avvelenato di una stagione che ha sconvolto gli equilibri dell’area MENA (Middle East-North Africa). Equilibri che ci vedevano continuare con qualche variante la politica della Prima Repubblica, imperniata sul sostegno economico e sul rapporto politico privilegiato con i nuovi stati usciti dal processo di decolonizzazione, nonostante il caos iracheno e il movimento impresso nell’area mesopotamica con la fine di Saddam e l’emersione della maggioranza sciita nella storica fitna mediorientale. La destituzione di Mubarak e Ben Ali segnavano la chiusura del ciclo storico del socialismo nasseriano, la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956 ne è stato il simbolo, che comunque aveva resistito per quasi un ventennio alla caduta del Muro di Berlino ed alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la guerra fredda ne era il quadro internazionale di riferimento. Con la morte di Gheddafi, così truculenta da sembrare girata sul set di una spy-story, le cosiddette primavere arabe apparivano inarrestabili e costringevano l’Italia recalcitrante, l’aggressione alla Libia è stata vissuta come tale, ad una riconsiderazione della sua posizione e delle sua alleanze nel quadrante mediterraneo.

Nasce così l’appeasement nei confronti di un certo mondo musulmano non proprio laico ed in generale il tentativo di riparare ai vuoti statuali creatisi con una politica, per semplificare, più rigidamente allineata all’Occidente, in discontinuità di fatto con la politica mediterranea del dopoguerra da Fanfani a Craxi, che non pochi vedono fra le radici del caso Moro e che, per intendersi, ha avuto in Sigonella l’evento più rappresentativo. Anche se chi vi parla non ritiene possibile il miracolo di Enrico Mattei senza inquadrarlo nel processo di decolonizzazione e di indipendenza, mallevadori USA e URSS, vedi appunto lo sgombero di Suez prima ricordato dall’occupazione da parte di inglesi, francesi ed israeliani.

Esemplare, a mio avviso, di questa cambiamento di rotta che finisce per peccare di eccesso di realismo, è la posizione sulla Siria con il riconoscimento politico dei cosiddetti ribelli moderati che poi, come in tutta la storia delle primavere arabe, altri non sono che varianti sotto cui si travestono, politica obamiana del soft power consentendo, attori geopolitici diversi: dalle velleità neocoloniali di amici e cugini europei al nuovo sultanato turco, alle ambizioni delle petromonarchie di rafforzare il loro ruolo sui mercati energetici e e la loro economia troppo dipendente dall’oil&gas, con un Mediterraneo in cui la Cina e la Russia conquistavano nuovi porti e basi logistiche. Insomma una maionese impazzita di difficile controllo anche da parte degli americani, figuriamoci da un paese come il nostro che non può coltivare che la dimensione di media potenza regionale.

La situazione odierna è sotto gli occhi di tutti. Bashar al-Assad è ancora bene in sella e la Russia ha consolidato fino a comprendere la Libia la sua area di influenza, la Cina è più che mai presente in Africa insieme ai nuovi arrivati come l’India ed ha toccato nel 2017 col Pireo e gli altri terminal del Mediterraneo, sta già arrivando a Ravenna e Trieste come anticipato dal Nodo di Gordio, un valore degli investimenti pari a 4,5 miliardi di euro, l’Egitto si è stabilizzato e si è lasciato alle spalle Morsi, con grande sollievo dei copti ed alla fine anche di al-Azhar che ha riservato alla visita di Papa Francesco al Cairo l’anno scorso quell’accoglienza negata al Ratzinger di Ratisbona nel 2006, quando la Splendida scommetteva sulle “magnifiche sorti e progressive” delle primavere arabe. Le classi dirigenti di Marocco ed Algeria si sono rafforzate, Israele tiene bene sulla sua sicurezza e Trump dall’alto della sua superiorità cibernetica e spaziale cerca intanto di manovrare il disordine mesopotamico senza forzature sulla delicata questione curda, sorvegliare Erdogan e stressare l’Europa a trazione gallo-teutonica con le sanzioni all’Iran, da cui noi siamo stati esentati per sei mesi. Un grazioso regalo quest’ultimo in coincidenza, a mio avviso non casuale, con la progressiva frenata dell’economia tedesca, dello 0,2% su base trimestrale, effetto della guerra dei dazi di Washington e, sorprendentemente, della contrazione dei consumi privati, prefigurando così un rallentamento complessivo dell’eurozona, con la Banca centrale USA che rialza i tassi di interesse e la fine del Qe della BCE. All’angolo la questione palestinese, che si logora dalla grande illusione degli accordi di Oslo ed appare ormai ostaggio di giuochi che si fanno su altri tavoli.
Questo semplificato e schematizzato come si presenta oggi il mare nostrum allargato, da cui, metto subito le mani avanti, mancano sicuramente elementi macroeconomici determinanti come la contrazione sopra accennata dell’eurozona, secondo le osservazioni statistiche contenute in un articolo molto interessante di Mauro Bottarelli sul sussidiario.net; un Mediterraneo comunque inserito con un peso assolutamente rilevante nel sistema delle relazioni internazionali.
E vengo al punto. La presenza di Haftar e del Premier russo Medvedev, l’autorevole mediazione di al-Sisi, sono senza dubbio una prima vittoria nel nostro processo di riposizionamento che prende finalmente atto del quadro descritto, fa i conti realisticamente con le potenze in campo senza dimenticare gli accordi sotto l’egida dell’ONU, si muove con cautela sotto l’ombrello di un Trump che dimostra di non apprezzare la sguaiata grandeur francese ed è attento alle contorsioni della Brexit, individua nella ricchezza delle risorse energetiche che vedono primeggiare un campione multinazionale della nostra grande storia come l’ENI, la nuova centralità della questione mediterranea ed un’occasione straordinaria per riscrivere le regole di uno state building basato sul riconoscimento reciproco e di uno sviluppo più equilibrato.

Se, come ci insegna la storia, dai Romani alla talassocrazia britannica fino al secolo americano, la solidità della missione di una nazione si fonda sulla continuità della sua politica estera, dopo Palermo ci viene richiesto lo sforzo non di soffocare il confronto politico, ma di incanalarlo sui terreni della sicurezza e della difesa delle coste e dei nostri commerci, ricercando nel processo avviato gli interlocutori e le soluzioni per un Mediterraneo nuovo ma estremamente ricco di potenzialità, più che mai multipolare e crocevia fondamentale a livello globale. Basti pensare che grazie all’ampliamento del Canale di Suez, secondo un fresco rapporto di Intesa Sanpaolo e Srm- Centro studi sul Mezzogiorno presentato a Bruxelles, nel 2017 si è registrato una crescita record con oltre 17000 navi transitate e 909 milioni di tonnellate, per un aumento dell’11% sul 2016. Lo stesso rapporto sottolinea la dipendenza dell’Italia dal mare nostrum, con un export verso l’area mediterranea cresciuto dal 2001 ad oggi del 121,4%, passando da 18,7 miliardi di euro a 41,5, quasi quanto quello nell’area di USA e Cina insieme, l’interscambio arriva a 66,5 miliardi di euro, tutto questo nonostante una crescita frenata ed una competitività a livello degli scali marittimi che ci vede in sofferenza.

Insomma la storia ci ripropone i “nodi avviluppati”, per citare il “gran burlone” Gioacchino Rossini, che sussistono fin dalla riconoscibilità geopolitica dell’Italia e noi, mio caro Daniele, non abbiamo alternativa a riprendere da Palermo la lunga marcia attraverso il Mediterraneo che le sirene delle fallaci primavere arabe ci avevano indotto ad interrompere.

Usus magister est optimus.

 

Gianni Bonini

Senior Fellow de “Il Nodo di Gordio”

1 Comment

  • Marco Toccafondi

    Ottimo articolo, con dulcis in fundo una notazione economica abbastanza sorprendente per i profndi come me:

    Basti pensare che grazie all’ampliamento del Canale di Suez, secondo un fresco rapporto di Intesa Sanpaolo e Srm- Centro studi sul Mezzogiorno presentato a Bruxelles, nel 2017 si è registrato una crescita record con oltre 17000 navi transitate e 909 milioni di tonnellate, per un aumento dell’11% sul 2016. Lo stesso rapporto sottolinea la dipendenza dell’Italia dal mare nostrum, con un export verso l’area mediterranea cresciuto dal 2001 ad oggi del 121,4%, passando da 18,7 miliardi di euro a 41,5, quasi quanto quello nell’area di USA e Cina insieme, l’interscambio arriva a 66,5 miliardi di euro…

    l’economia è ancora fatta di cose concrete e meno male!

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