Bryen: la NATO combatterà? E per cosa?

17 febbraio 2017 08:27 2 comments

Dopo le forti dichiarazioni del Segretario alla Difesa americano, James Mattis, in occasione della riunione della Nato a Bruxelles lo scorso 15 febbraio, pubblichiamo un’anteprima dell’articolo di Stephen Bryen, già Sottosegretario alla Difesa ed ex Presidente di Finmeccanica Nord America, che comparirà nel numero in uscita del Nodo di Gordio Le Tre Torri. Usa, Cina e Russia: i tre poli dello scacchiere geopolitico. Il saggio di Bryen anticipa la nuova strategia relativa all’Alleanza Atlantica della nuova Amministrazione di Donald Trump.

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Bryen: la NATO combatterà? E per cosa?*

 

L’unica cosa di cui sono certo è che i Russi possono fare la differenza. Conoscono abbastanza bene l’entità e la capacità delle forze NATO dispiegate negli Stati Baltici e in Polonia, e sanno che la NATO, nonostante la recente frenetica attività e l’invio di carri armati e armamenti, è molto lontana dall’essere pronta. I Russi hanno scelto di fare pressione sull’area Baltica e persino su Finlandia e Svezia (entrambe fuori dall’Alleanza NATO) soprattutto per rivelare la vulnerabilità della NATO e metterne in dubbio la pretesa di proteggere i propri membri più recenti.

Molti di questi paesi, soprattutto Lettonia, Lituania e Estonia sono seriamente impreparati a difendersi. Ci si potrebbe ragionevolmente chiedere perché la NATO abbia voluto così tanto acquisire la loro adesione da non pretendere nessun requisito riguardo le loro capacità nella difesa. La Lettonia per esempio ha meno di 5.000 militari di cui meno di 1.000 nell’esercito. Non ha carri armati né aerei da combattimento. Eppure ha una popolazione di 2,3 milioni di abitanti. Ovviamente la difesa nazionale è secondaria rispetto ai programmi sociali e al welfare.

La Lituania è messa un po’ meglio, poiché ha introdotto la leva obbligatoria nel 2015. In tutto ci sono 20.000 militari in servizio di cui 4.800 guardie di frontiera, ma sono presenti solo poche unità combattenti. Il Paese sta acquisendo alcuni veicoli da combattimento per la fanteria (IFV) ma nessun carro armato (MBT), possiede pochissima artiglieria e alcuni aerei da addestramento L-39C Albatross (comprati di seconda mano dal Kazakistan) che possono fornire una minima difesa aerea. La popolazione è appena sotto i 3 milioni e sta spendendo circa l’1,9% del PIL per la difesa (soprattutto per il personale).

Anche l’Estonia segue una politica minimalista della difesa con solo 17.500 militari, per la metà donne. Il numero di militari in servizio è di circa 6.000. Non ha forza aerea, a parte un paio di elicotteri e, sebbene aspiri ad acquisire alcuni fighters, per ora non ne ha acquistato nessuno. L’Estonia ha dichiarato di volere più truppe NATO sul suo territorio, purché non siano neri. Per l’Europa, con l’eccezione della Francia, questo non rappresenterebbe un problema, ma lo è per gli Stati Uniti. Nello US Army sono neri il 31% delle donne e il 16% degli uomini in servizio. L’Estonia è un piccolo paese (1,3 milioni) ed investe molto poco nella difesa (477 milioni di euro, cioè circa il 2,3% del PIL, più di Lettonia e Lituania).

Lo scenario migliora considerevolmente guardando alla Polonia, che spende 9,4 miliardi nella difesa, cioè il 2% del suo PIL. E possiede un esercito e un’aeronautica notevoli. Svezia e Finlandia, nonostante il loro status di non-allineati, hanno capacità militari abbastanza importanti. Nel marzo del 2013 la Svezia ha subito una practice run russa che è stata interpretata come una prova d’invasione. L’Esercito svedese ha 120 carri armati (MBT) e più di 500 veicoli da combattimento per la fanteria (IFV). Ha anche una forza di reazione rapida. La Svezia ha una Marina piccola ma forte e pochissimi sottomarini estremamente capaci. Soprattutto ha un’Aeronautica di prima qualità, una delle più grandi in Europa, con 217 aerei da combattimento che aumenteranno di circa 100-120 unità. Il budget per la difesa però è stato ultimamente ridotto e costituisce solo l’1,5% del PIL. L’obbiettivo sarebbe di incrementarlo fino al 3% del PIL. Resta da capire se i politici svedesi, per la maggior parte di sinistra, permetteranno un simile aumento. Comunque, di tutti i paesi Baltici (eccetto la Polonia) la Svezia è in buona posizione per difendersi, anche contro i Russi, che troverebbero molto dispendioso attaccarla.

La Finlandia ha la leva maschile universale, un forte esercito e una forza di riserva capace. Avendo combattuto l’Unione Sovietica, sanno quanti sacrifici occorrano e quanto conti la preparazione. Mentre la Russia continua a minacciare la guerra, la Finlandia aspira a una relazione più forte con la NATO. Possiede 160 MBT e altri 40 sono in arrivo nei prossimi anni. Ha una Aeronautica di 62 fighters e altri 65 aerei da combattimento relegati al ruolo di addestratori. L’Esercito ha un altissimo livello di meccanizzazione e una forte artiglieria. Sfortunatamente però, rispetto alle necessità e alla popolazione, le spese per la difesa finlandesi sono troppo basse, circa 2,2 miliardi cioè l’1,3% del PIL. E’ un magro budget per far fronte a possibili minacce locali. Dunque nell’area Baltica è presente un numero di paesi vulnerabili qualora la Russia creasse dei problemi. Mentre gli USA e i suoi alleati della NATO ora hanno 4 battaglioni multinazionali (non brigate) e stanno fornendo moderni aerei multiruolo (fighter and strike aircraft) per l’European Reassurance Initiative, queste forniture rappresentano più un sostegno psicologico che un’effettiva capacità di respingere un eventuale attacco Russo.

Uno studio della Rand Corporation è pervenuto a conclusioni molto negative al riguardo. Gli investigatori della Rand hanno svolto delle simulazioni, attraverso molteplici war games, con una vasta gamma di partecipanti esperti, in uniforme e senza, su entrambi i fronti, si evince che il tempo massimo necessario alle forze Russe per raggiungere le periferie delle capitali di Estonia e Lettonia, rispettivamente Tallinn e Riga, è 60 oreUna così rapida invasione lascerebbe la NATO con un numero limitato di opzioni, tutte negative. Rand ha suggerito le seguenti:

  • Una forza di circa sette brigate, incluse tre brigate pesanti – adeguatamente supportate da air power, artiglieria e altri mezzi di terra e pronti al combattimento all’inizio delle ostilità – potrebbe essere sufficiente a prevenire una rapida invasione degli stati Baltici;
  • Benché non sufficiente a una difesa prolungata della regione o a ripristinare l’integrità territoriale di questi membri NATO, tale posizione cambierebbe fondamentalmente lo scenario strategico dal punto di vista di Mosca. I rinforzi USA e alleati agli stati Baltici appaiono assai lontani da quello che Rand considera una posizione di minima difesa.

 

Articolo 5

Il cuore del sistema NATO è la Collective Security, detta anche Collective Defense. L’articolo chiave del Trattato di Washington (o del Nord Atlantico) firmato il 4 aprile del 1949 è l’Articolo 5. Esso esprime l’idea che un attacco a un Alleato è un attacco a tutti gli Alleati. Sebbene la NATO abbia attuato azioni che potrebbero chiamarsi di difesa collettiva riguardo alla Siria e alla crisi in Ucraina, di fatto dal 1949 l’Articolo 5 è stato invocato solo una volta, ossia dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre.

In quell’occasione si appellarono all’Articolo 5 gli Stati Uniti. Ma l’invocazione dell’Articolo non si realizzò nel senso auspicato dagli americani. Soltanto un mese dopo, esattamente il 5 ottobre, la NATO convenne che una forza esterna era implicata nell’attacco e quindi si approvò il ricorso all’Articolo 5. Persino allora, in realtà, si rimase molto lontano da un’azione di difesa collettiva. In sostanza la NATO conveniva che avrebbe fatto qualcosa per supportare gli USA, ma al contempo considerava gli Stati Uniti “liberi” di fare quanto ritenessero necessario secondo gli obblighi derivanti dalla Carta dell’ONU. In sostanza, la NATO garantiva agli Stati Uniti i diritti che avevano sempre avuto e poco di significativo faceva per sostenere l’alleato.

Una tale performance dell’Articolo 5 costituisce forse un indizio di quanto la Nato possa essere utile in una vera crisi con un potente avversario. Due aspetti hanno principalmente attirato l’attenzione. Il primo è che l’Articolo 5 lascia agli stati membri la facoltà di decidere quali azioni ciascun stato può intraprendere singolarmente se l’Articolo 5 è attivato, solo con voto unanime. Il secondo è che l’Articolo 5 è legato fortemente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui la Russia ha potere di veto su ogni risoluzione.

Ecco il testo completo dell’Articolo 5: “Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell’America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale.

Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.

La NATO sarebbe capace di raggiungere un accordo nel caso in cui l’azione militare contro uno dei paesi Baltici provenisse dalla Russia? E anche dopo una presunta provocazione? Un simile incidente è successo nel 2007 quando il Soldato di Bronzo di Tallinn, eretto dai soldati sovietici nel 1949, fu spostato dalle autorità Estoni. Questo comportava o il trasferimento delle tombe dei soldati russi altrove assieme alla statua del Soldato di Bronzo, oppure la restituzione dei loro resti ai parenti – se rintracciabili – resti affinché li riseppellissero in Russia.

L’incidente del Soldato di Bronzo ha scatenato uno scontro politico cui i Russi hanno risposto in molteplici modi, principalmente con una significativa cyber war contro le organizzazioni governative Estoni, contro i loro militari e contro il sistema bancario e finanziario del paese. Nel 2007 l’Estonia era membro NATO da 3 anni ma non ha chiesto l’attivazione dell’Articolo 5. Oggi però farebbe altrettanto, dopo che la NATO ha dislocato forze sul suo territorio e ha dato assicurazione che la supporterebbe in un conflitto? In un certo senso la NATO si è resa ostaggio di un futuro incidente.

Ma la domanda più grande, che Donald Trump ha effettivamente posto, è se gli USA debbano continuare a supportare la NATO quando proprio sugli Usa pesa la maggior parte dell’onere, soprattutto il combattimento e le perdite umane. E anche se continuassero a volerlo, spinti da un Congresso e da una stampa combattiva, che dire degli altri membri NATO?

La Grecia e la Turchia supporterebbero la NATO in una lontana battaglia al nord dove non hanno alcun interesse, gravitando comunque loro nell’orbita russa? La Francia e la Germania rischierebbero il disastro delle loro economie per una guerra che in realtà potrebbe essere evitata?

Gran parte della questione baltica è in realtà legata al pasticcio ucraino. Fin tanto che la questione ucraina può essere mitigata e disinnescata, il potenziale conflitto nella NATO è ridotto. La verità è che sicuramente gli stati della NATO hanno giocato un ruolo deleterio nello stimolare il conflitto in Ucraina; questo ha fatto suonare un campanello d’allarme a Mosca che sta ancora riecheggiando nei corridoi del Cremlino. Prima o poi deve essere trovata una soluzione che sia coerente che la sicurezza occidentale e provveda a garantire uno sbocco alla questione ucraina. Se ci arriveremo dipende non solo dall’abilità del Presidente Trump di negoziare, ma anche da quanto il Presidente Putin abbia bisogno di proteggersi da suoi bellicosi generali.

* Stephen Bryen
Già Sottosegretario alla Difesa ed ex Presidente di Finmeccanica Nord America

Traduzione a cura di Ugo Cardini, studente di Economia e Commercio, appassionato di Difesa e Sicurezza.

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