La dimensione antropologica del “Mediterraneo Globalizzato”

15 luglio 2015 16:00 0 comments

Lo studio delle interconnessioni che contribuiscono a determinare le vicende del “Mediterraneo Globalizzato” non può prescindere dall’analisi di tradizioni, usi, costumi e consuetudini delle genti che vivono sulle sue sponde. La “Dimensione Antropologica” non è certo meno influente della “Dimensione Politica” di cui si è detto in precedenza e delle dimensioni Economiche e Militari che tratteremo in seguito.

Ci soffermeremo ora sulla natura del Mediterraneo quale culla della civiltà e “crogiolo”[1] di popoli, la cui influenza si proietta ben oltre gli angusti varchi di Suez e Gibilterra. L’analisi della “Dimensione Antropologica”, quale fattore geopolitico, comporta la descrizione del tessuto culturale e sociale delle popolazioni, che non può comunque essere disgiunto dal livello di benessere reale e percepito.

Le condizioni di vita asimmetriche, evidenti e drammaticamente presenti, sono state infatti il motore principale del rimescolamento antropologico di un bacino che da secoli è attraversato da linee di frattura tra macroaree culturali tendenzialmente omogenee[2]. Numerosi autori hanno affrontato il problema della genesi e dello sviluppo di queste macroaree, ma a prescindere dalle interessanti teorie proposte, il vero fattore geopolitico è l’influenza che hanno tali divisioni sul comune sentire e sui conseguenti comportamenti delle popolazioni e dei Leader (democratici o meno) preposti alle grandi decisioni.

incomunicabilità

La prima e più evidente frattura culturale del Mare Nostrum è quella delle tre grandi religioni monoteiste, a loro volta suddivise in numerose correnti e scuole dottrinali: basti pensare alle differenze tra la cristianità Latina e quella Ortodossa o ai conflitti tra Mussulmani Sciiti e Sunniti.

Ulteriore elemento di frattura è la persistente differenza di costumi tra le popolazioni di antica residenza del bacino quali italiani, iberici, slavi, nord africani etc. I popoli nati vicino al deserto si assimilano con difficoltà alle genti nate in riva al mare, o sui rilevi montuosi prospicienti il bacino. Lungi dal poter elencare tali diversità, esse costituiscono un ricco patrimonio etico-culturale nei momenti di pace, ma un vero problema di comunicazione sociale in tempi di crisi. Anche l’integrazione, o almeno la pacifica convivenza, degli ultimi arrivati in ordine di tempo quali Sub-Sahariani, Asiatici e Sudamericani sta avvenendo secondo un processo lento ed irto di ostacoli. Una semplice passeggiata nelle periferie di Genova, Marsiglia o Barcellona è più istruttiva di qualunque rilevazione statistica.

Anche le scelte politico-militari hanno purtroppo giocato un importante ruolo nella creazione di questo puzzle. I confini frettolosamente tracciati dopo la seconda guerra mondiale non hanno quasi mai rispettato la mappa antropologica delle popolazioni, aggiungendo ulteriore caos all’instabilità propria di numerose enclavi abitate da minoranze etniche o religiose. Nella parte settentrionale del bacino le tensioni religiose ed etniche nella penisola balcanica, iniziate con la cacciata degli italiani dall’Istria e trascinatesi fino alla guerra del Kosovo danno la misura del problema. La sponda est, invece, nel 1948 ha conosciuto la contrastata nascita dello Stato di Israele, che si può considerare una sorta di “isola” di religione ebraica circondata dall’ostilità araba. L’Africa settentrionale pur condividendo una comune radice Islamica Sunnita è fortemente intrisa di culture claniche e tribali tipiche degli Stati con una debole struttura di potere. Il caos libico è l’esempio paradigmatico di quanto sia foriero di pericoli questo fenomeno.

Nel Vicino e Medio Oriente, la Umma[3] si declina in tutte le sue contraddizioni con l’insanabile scisma tra Sciiti e Sunniti. Questi ultimi a loro volta divisi in correnti[4] e “scuole giuridiche” che hanno dato vita a sistemi sociali alquanto differenti nei vari paesi.

Una sintesi delle differenti visioni tra i popoli del Mediterraneo in rapporto alla religione ed alla condizione della persona si può rintracciare confrontando il testo della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” promossa dall’ONU nel 1948, con la Dichiarazione islamica dei diritti dell’Uomo[5] del 1981 la cui lettura vale un intero corso di geopolitica.

Un quadro indicativo della distribuzione dei livelli di benessere si può ottenere  confrontando la macroarea “Sistema Euro” e la macroarea MENA[6]. Le curve di tendenza mostrate dal database della Banca Mondiale, pur nella loro asetticità, tracciano un quadro di asimmetrie impressionanti. L’aspettativa di vita (oltre 10 anni in più per noi Occidentali), la percentuale di spese sanitarie sul PIL (6% contro il “nostro” 12%), così come la partecipazione delle donne al mondo del lavoro, nonché la bassa percentuale di studenti che completano l’intero percorso di studio, delineano una vera e propria frattura nelle possibilità di sviluppo degli individui e della società.

Alle differenze confessionali già analizzate si sommano quindi differenti qualità della vita, che si ampliano ponendo in relazione la parte più sviluppata del Mediterraneo (UE) con le regioni sub-sahariane dell’Africa Nera da cui oggi partono i grandi flussi migratori.

La speranza di un futuro migliore, il proselitismo religioso, la fuga da guerre e da pulizie etniche hanno continuamente modificato nei secoli la composizione delle popolazioni del Mediterraneo sia in senso verticale che in senso orizzontale[7]. Ciò che è davvero cambiato rispetto al recente passato è l’attenzione delle pubbliche opinioni e dei mass-media che ne alimentano l’interesse, specie intorno alle tragedie del mare a sud di Lampedusa.

A tale coinvolgimento emotivo si accompagnano però altri tre fattori di fondo. Il primo è la paura delle popolazioni più ricche di rinunciare, soprattutto in un periodo di crisi economica, a quote di benessere che si ritenevano acquisite. La seconda ragione è la crescente incomunicabilità tra i popoli di tradizione cristiana (oggi comunque fortemente laicizzati o secolarizzati) con un mondo Islamico orgogliosamente ancorato a un sistema di valori che fatica a porre lIndividuo al centro della società. Simile incomunicabilità, aggravata da problemi linguistici, pervade inoltre le sempre più numerose comunità asiatiche residenti in Europa frutto di recenti immigrazioni, mentre le comunità sudamericane hanno un innegabile vantaggio (religioso e linguistico) nell’impegnativa, ma non impossibile, integrazione Nord-Sud. Il terzo fattore riguarda il timore di perdere rappresentatività politica: una forte immigrazione accompagnata dalle crescenti tutele dei sistemi democratici occidentali rischia di orientare, prima o poi, gli equilibri di potere verso i nuovi arrivati. Un elemento questo che differenzia gli odierni spostamenti di popoli rispetto a quanto avvenuto in passato, quando il potere rimaneva comunque appannaggio di re, sovrani e imperatori.

Il Mediterraneo è, in definitiva, il laboratorio della globalizzazione mondiale, e si presenta come una finestra per l’osservazione privilegiata di correlazioni Antropologiche che riverberano tutta la loro forza ben oltre Suez e Gibilterra.

 

Manuel Moreno Minuto
Analista Militare


 

[1] Alessandro Corneli, Il  Crogiolo Mediterraneo, in Rivista Marittima, Agosto-Settembre 2014, Roma.
[2] Fernand Braudel, Il Mediterraneo. Lo Spazio, la Storia, gli Uomini, le Tradizioni. Bompiani, Milano 1985.
[3] Con questo termine s’intendono tutti i fedeli del Profeta Maometto
[4] Hanafismo, Malikismo, Sciafeismo, Hanbalismo.
[5] Nel 1990 è stata inoltre approvata la “Dichiarazione del Cairo dei Diritti Umani dell’Islam”.
[6] Middle East & North Africa.
[7] Ottavia Schmidt di Friedberg, Le migrazioni nel Mediterraneo. Continuità o frattura?, Quad. Forum, 1998.

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