Quando l’oligarca ladro diventa un oppositore kazako

3 giugno 2013 15:34 0 comments

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photo_21905Un raid della polizia in una villa di Casalpalocco, a Roma, e l’espulsione di una cittadina straniera che vi risiedeva con un passaporto falso non sono, in genere, argomenti di cui il Nodo di Gordio si occupi. Tuttavia questa volta riteniamo di dover fare un’eccezione, anche perché tale “notizia” ha ricevuto particolare attenzione e spazio sulla molta stampa italiana, in primis sul Corriere, per altro anch’esso solitamente ben poco attento al destino dei “clandestini”.

Il fatto è, però, che il caso di Alma Shalabayeva non è una comune storia di immigrazione clandestina, e non soltanto perché la signora in questione risiedeva in una villa e proviene da un paese, il Kazakhstan, dal quale non si è mai sentito giungessero immigrati irregolari. Alma Shalabayeva è infatti soprattutto la moglie di Mukhtar Ablyazov, definito sempre dal giornale di Via Solferino “dissidente Kazako” e “oppositore del regime di Nursultan Nazarbayev”. E sempre il Corriere, poi, ha dato voce a preoccupazioni per le sorti della Shalabayeva, che potrebbe, rientrata in patria, essere sottoposta a sevizie e torture dal regime. A questo proposito, in una nota ufficiale, il rappresentante della Procura Generale della Repubblica del Kazakhstan, Nurdaulet Suindykov, ha dichiarato che “tutte le dichiarazioni del Sig. Ablyazov sulla lesione dei diritti e delle libertà di Alima Shalabayeva e della loro figlia da parte dei servizi competenti dell’Italia sono infondate”. Nel corso di un briefing presso il Servizio delle comunicazioni centrali del Presidente kazako Nazarbayev, Suindykov ha tenuto a precisare come già “in precedenza le forze dell’ordine del Kazakhstan hanno trovato le prove della falsificazione e emissione dei passaporti nazionali in cambio di tangenti ai parenti stretti del Sig. Ablyazov”.

Ablyazov che, attualmente, si troverebbe quale rifugiato politico, in Inghilterra, dove, peraltro, sarebbe incorso in un qualche incidente con la giustizia locale. Addirittura l’articolo si spinge a stigmatizzare l’eccessiva velocità con cui la magistratura italiana avrebbe agito, riconsegnando la moglie dell’esule alle autorità kazake.

Ora, il cronista dell’autorevole quotidiano milanese avrebbe forse dovuto sapere e ricordare che il Kazakhstan non è un “regime dispotico” alieno dai consessi internazionali, visto che vi vige un sistema democratico, con periodiche elezioni e una pluralità di forze politiche, ancorché in presenza di un presidenzialismo forte, per altro mutuato dal modello statunitense. Certo, Nursultan Nazarbayev riveste la carica di Presidente da vent’anni, ovvero dall’indipendenza della Repubblica ex-sovietica, ma tutti, nelle sedi diplomatiche internazionali, gli riconoscono il non piccolo merito di aver saputo guidare il paese nei non facili frangenti successivi all’implosione dell’URSS, e di avere impedito che anche lì, come in altre regioni del vecchio Impero Sovietico, si inverasse la spoliazione delle ricchezze nazionali ad opera dei famosi, anzi famigerati oligarchi e si precipitasse verso il caos ed il conflitto civile.

Peraltro in generale viene riconosciuto a Nazarbayev il merito di aver rapidamente avviato un processo di moderno State Building, democratizzando progressivamente le strutture di una repubblica non solo giovane, ma che pure non aveva mai conosciuto, nella sua storia passata, la democrazia occidentale. Un processo che ha portato il Kazakhstan a rivestire, non più tardi di un paio d’anni fa, il ruolo, delicatissimo, di Presidenza dell’OSCE, e ad esercitare sempre più, in questi anni, una funzione delicatissima in tutta l’Asia centrale e nel limitrofo Grande Medio Oriente. Funzione equilibratrice e pacificatrice, come con la recente proposta della creazione di una “Banca mondiale dell’uranio” allo scopo di permettere a tutti i paesi interessati di poter sviluppare l’energia atomica per scopi civili, depotenziando, però, la minaccia della proliferazione di armamenti nucleari (vedi alla voce Iran). Va, a questo proposito, ricordato che il Kazakhstan ha completamente smantellato il proprio arsenale nucleare, retaggio dell’età sovietica, che ne faceva la terza potenza nucleare al mondo.

E veniamo al caso del “dissidente perseguitato”. Definizione che non ci sembra proprio aderire come un guanto a Mukhtar Ablyazov. Un cinquantenne uomo d’affari, a lungo a capo della BTA, la Banca TuranAlem, che, nel 2009, ha dichiarato un clamoroso fallimento, travolgendo, o rischiando di travolgere aziende e risparmiatori non solo kazaki, ma diffusi in un’ampia area a cavallo fra Europa ed Asia. Ablyazov – già in precedenza alla guida di importanti gruppi, e legato da una serie di vincoli, sottili ma solidi, alla grande finanza internazionale – è stato accusato di bancarotta fraudolenta e di appropriazione indebita di una cifra fra i 4 e gli 8 miliardi di dollari. Arrestato, è però riuscito a riparare successivamente in Gran Bretagna, dove peraltro, come solo accennato in modo alquanto impreciso dal Corriere, è stato sottoposto a processo da una corte britannica, che, recentemente, lo ha condannato a 22 mesi di carcere, riconoscendolo colpevole di tutte le accuse mossegli dal governo kazako. Condanna, per ora, elusa dal finanziere con l’ennesima fuga, tant’è che oggi nessuno sa dove si trovi. Sino a qui la cronaca, nuda e cruda, riportata testualmente dalla stampa inglese. Tuttavia, quello che qui ci interessa è soprattutto il fatto che Ablyazov si continua a cercare di presentare come un “perseguitato politico”, in quanto oppositore del governo kazako.

Una “sirena” che sembra trovare un po’ troppo ascolto in certi ambienti politici occidentali, e risonanza sui media. Per altro è vero che il finanziere è stato fondatore nel 2001 del partito di opposizione DCK Scelta Democratica per il Kazakhstan. Un raggruppamento che, però, più che un vero partito politico, rappresentava alcuni dei più importanti uomini d’affari, quelli con più forti legami con la finanza speculativa internazionale. Tant’è vero che con Ablyazov collaborano altre figure di oligarchi locali – come Aynur Kurmanov – e che questi gode dell’appoggio, importante per l’impatto sui media, di Paul Murphy, che molto si sta spendendo per accreditarlo negli ambienti dell’Unione Europea. Murphy infatti è un parlamentare europeo eletto in Irlanda nelle file socialiste, ma soprattutto è un’autentica star mediatica. Sempre al centro delle più diverse “battaglie per i diritti civili”, da quelli per il matrimonio omosessuale a quelli contro i gasdotti, ed è giunto anche nella nostra Val di Susa per fiancheggiare le proteste dei No TAV. Soprattutto era tra i partecipanti della spedizione della “Freedom Flotilla” che, nel novembre 2011, tentò di forzare il blocco di Gaza per portare aiuti “umanitari” – secondo Israele anche armi – ad Hamas.

È peraltro anche un feroce critico dell’attuale politica europea, in particolare della strategia del rigore imposta dalla Germania agli altri paesi, fra cui l’Italia. Insomma, un radicale; ed un ben strano compagno di letto per il banchiere/bancarottiere Ablyazov. Che, però, come sovente fanno certi centri di potere finanziario, si sta avvalendo di questo dichiarato nemico del capitalismo, per cercare di accreditarsi nelle sedi internazionali come un sincero democratico. In realtà continuando a lavorare per destabilizzare il Kazakhstan ed aprirne le porte alla speculazione internazionale. Questioni interne di un paese lontano, si potrebbe pensare. Solo che dalla stabilità del Kazakhstan dipende sostanzialmente quella di tutta la, ben più inquieta, Asia Centrale. Dalla quale, a sua volta, dipendono, per quota parte sempre più rilevante, i rifornimenti di vitali materie prime per i principali sistemi industriali d’Oriente ed Occidente. E, in buona sostanza, gli equilibri, già precari, del nostro mondo “globalizzato”. Equilibri che abbiamo già visto mettere a dura prova con le “Primavere arabe”. La cui lezione, come dicevamo all’inizio, dovrebbe insegnarci ad essere più cauti nei nostri giudizi. E a cercare di comprendere quali interessi, quali “forze occulte”, insomma quali oligarchie finanziarie e speculative si muovano dietro a parole d’ordine apparentemente suggestive.

In sostanza la nostra magistratura ha, semplicemente, applicato la legge nei confronti della Signora Shalabayeva, ricercata a livello internazionale in quanto socia, e quindi complice, del marito. E peraltro l’ha consegnata non, come insinuato, a “oscuri” emissari di un regime, ma alla magistratura del Kazakhstan. Ciò detto, ci resta un dubbio. L’articolo del Corriere insinuava che dietro l’espulsione della cittadina kazaka agissero potenti pressioni economiche, legate soprattutto all’attività dell’ENI in Asia centrale… Noi, più sommessamente, ci chiediamo come mai tanti nostri Media tacciano usualmente sui destini di tanti autentici dissidenti di paesi con regimi veramente dispotici e impresentabili… e invece diano tanto rilievo a questo caso. Il caso che riguarda un oligarca che ha tentato di depredare il suo paese e, addirittura, di fomentarvi disordini e conflitti civili, ma che mantiene, guarda caso, eccellenti rapporti con il mondo, questo sì oscuro, di certa finanza speculativa internazionale: quella che dai fallimenti degli Stati e dal caos trae spropositati guadagni. Un tema sul quale riflettere…

Andrea Marcigliano

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