“Petrolio: La nuova geopolitica del potere” Intervista a Giancarlo Elia Valori

18 luglio 2011 16:57 0 comments

Intervista a cura della redazione – 01 Giugno 2011

1. La politica del petrolio è una tradizionale attitudine sia dei produttori che dei consumatori di idrocarburi. Per usare la nota formula di Benedetto Croce, cosa è vivo e cosa è morto nelle vecchie impostazioni di entrambi i lati del mercato petrolifero e gaziero?

Sono entrate nuove aree in gioco e, soprattutto, sono apparsi nuovi consumatori globali. Si pensi all’Asia Centrale, dove, in Azerbaigian, vi sono 7 miliardi di barili in riserve provate di petrolio, e in cui le tensioni sia con l’Iran che nell’area del Nagorno-Karabakh potrebbero rallentare ma non limitare il potenziale di estrazione dell’area. La repubblica azera esporta il suo petrolio soprattutto attraverso il BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, che arriva nel Mediterraneo e determina gran parte dei consumi europei di idrocarburi. Si pensi inoltre alla Federazione Russa, che è dal 1999 il secondo produttore di petrolio al mondo, ma che nel 2009 ha superato, per quantità di petrolio estratto, la stessa Arabia Saudita. Per quanto riguarda il gas naturale, Mosca detiene le più ampie riserve di gas al mondo, mentre riesce a produrre gran parte dell’energia elettrica globale, ed è bene ricordare che è la transneft russa a detenere il monopolio delle pipelines postsovietiche. In altri termini, si è realizzato il progetto descritto nella tesi di dottorato da Putin nel 1997: un petrostate che opera, attraverso il sistema degli idrocarburi, quella proiezione di potenza che, nella fase sovietica del regime russo, era economicamente proibitiva e generava dure reazioni in ambito occidentale. Quindi, per riassumere, è divenuto secondario, ma non irrilevante, il quadrante mediorientale, asse dell’OPEC, il cartello petrolifero viennese, e si è incentrato sul petrolio, mentre il gas è in gran parte in altra aree, che la Shangai Cooperation Organization, la “NATO dell’Est” tenderà a controllare in una nuova ottica strategica. La Federazione Russa gestisce il suo nuovo asse di distribuzione 1verso Ovest differenziando l’offerta di idrocarburi tra BTC, North Stream, South Stream, Yamal-Europe 2, che bypasserà l’Ucraina attraversando Polonia e Bielorussia, ed altre già in programmazione. In altri termini, Mosca gestirà l’energia dell’UE, mentre quote di idrocarburi del Golfo Persico, dell’Africa Centrale e dell’Asia della “Shangai Cooperation” andranno primariamente verso la Cina. Si creerà un sistema amministrato dei prezzi (è qui c’è il “morto” di crociana memoria) che assomiglierà molto all’OPEC, e probabilmente si unirà al cartello viennese, ma avrà altri obiettivi geopolitici e differenti priorità economiche.

2. L’Iran che ruolo ha in questo gioco? Che rapporto c’è tra propaganda antisemita, nell’ideologia sciita iraniana, e geoeconomia del petrolio e del gas?

L’Iran ha una riserva provata di petrolio per 137,6 miliardi di barili, il 10% delle riserve petrolifere mondiali. E’ il quarto esportatore al mondo, e non bisogna dimenticare che i suoi pozzi principali sono sul confine iraqeno. Il progetto della élite dirigenziale di Teheran è quello di spostare l’asse strategico del petrolio e del gas naturale, che l’Iran possiede, e per il quale è secondo solo alla Federazione Russa, verso la Cina, l’India e l’Asia Centrale, ed è per questo che la polemica verso Israele e l’Ebraismo è così forte e connessa con il progetto geopolitico iraniano: Teheran vuole securizzare il Vecchio Medio Oriente, eliminando o in qualche modo depotenziando lo Stato Ebraico, evitare che da Gerusalemme parta una serie di azioni occidentali che oscurerebbero la proiezione di potenza iraniana verso l’Asia Centrale e Orientale, conquistare contro l’Arabia Saudita e gli altri Paesi sunniti “deboli” verso Israele la piazza araba, ed egemonizzare simultaneamente sia il jihad della spada, che oggi colpisce anche interessi iraniani, e i vecchi islamismi del “Jihad permanente” che operano nell’asse tra paesi arabi e Stato Ebraico. Sul piano geoeconomico, l’Iran importa ancora gas naturale dal Turkmenistan, ed ha una situazione economica che presenta, da un lato, un evidente tasso di crescita, dall’altro una quota di impresa assistita, dall’altro ancora l’espansione di un “welfare islamico” che potrebbe, in alcuni casi, portare alla crisi fiscale dello stato sciita. La differenza tra potere economico e prospettive strategiche è coperta dalla iniziativa nucleare civile-militare, e dal sostegno, diretto e indiretto, ai vari gruppi jihadisti o comunque islamici radicali nel Vecchio Medio Oriente e in Asia Centrale.

3. Viene subito alla mente l’azione ISAF in Afghanistan. Che rapporto c’è tra le attività occidentali nell’area di Kabul e la nuova geopolitica del petrolio che Lei disegna nel suo libro?

Non si fanno guerre “per il petrolio”, o per l’oro, o comunque per qualsiasi materia prima. La decisione di muovere guerra è un punto di coincidenza, sempre, di innumerevoli valutazioni, spesso meno “materialistiche” di quanto non appaia all’opinione pubblica. Certamente, però, la presenza di vasti depositi di idrocarburi ed altre materie prime in Turkmenistan, (39° nel mondo per le riserve petrolifere) Kazakhistan, (30 miliardi di barili) Azerbaigian, (che esporta quasi tutto il suo petrolio sul Baku-Tbilisi-Ceyhan) è stata una variabile nella lunga equazione che ha portato alla decisione di far guerra ai Taliban ed ad Al Qaeda, oltre che alle numerose “brigate” nazionali che operano “sul sentiero di Allah” nel territorio afghano. L’Afghanistan è il centro del cuore del mondo: l’India lo legge come l’antemurale della sua sicurezza verso Nord, per evitare minacce sul Kashmir e l’area del Bengala Settentrionale, la Cina, che confina, con un tracciato anticamente contestato con Kabul, vede l’Afghanistan come un sistema di controllo ideale della sua nuova “Via della Seta” verso il Mediterraneo e un sistema di regionalizzazione della Federazione Indiana, Mosca vuole che l’Afghanistan non sia un protettorato USA ma nemmeno un nido di vespe jihadiste nell’Asia Centrale, a diretto contatto con il Caucaso, ed è bene ricordare come la Russia sappia bene che nel jihad afghano hanno un grande ruolo gli islamisti ceceni, e infine gli USA che, attraverso il controllo di Kabul vogliono mantenere un “dente” strategico in Asia, vicino alla Cina e a Mosca. Per non dimenticare il Pakistan, che usa l’Afghanistan come area di sostegno per un eventuale attacco nucleare dall’India, e che quindi non rinuncerà mai a Kabul, e che inoltre ha sostenuto e, all’inizio inventato, i 4“taleban” e poi chiuso due occhi su Al Qaeda, pur gestendo gli aiuti USA ad una economia da failed state. Per ripetere Mackinder, chi controlla l’Afghanistan controlla lo Hearthland, chi controlla lo Hearthland gestisce i mari globali, chi controlla i mari globali definisce i termini del commercio mondiale, chi ha in mano le determinanti strategiche del commercio mondiale, in economie ormai tutte orientate all’export, controlla il mondo. E quindi anche i suoi equilibri petroliferi.

4. La Cina come si muove in questo nuovo mercato che Lei ha delineato nel suo volume?

Pechino gestisce il massimo di “non ingerenza”, che vuol dire semplicemente che la Cina vuole sfruttare al massimo questa fase di riposizionamento geoeconomico globale per determinare una effettiva poliarchia nel sistema internazionale. Inoltre, Pechino intende gestire con estrema attenzione il suo “estero vicino”, e in questo senso la nuova portaerei e i nuovissimi aerei da caccia sono funzionali a questo schema, intende inoltre far spegnere le vecchie superpotenze nei loro vecchi quadranti strategici, come il Medio Oriente, e qui siamo ad una rielaborazione della teoria maoista dei “Tre Mondi” (quello “imperialista, USA e URSS, quello sviluppato ma bipolare, con UE e certi paesi dell’Est, e poi il “Terzo Mondo”, che Pechino vuole monopolizzare) e infine la Cina vuole espandersi sia negli idrocarburi, necessari al suo sviluppo rapidissimo (ci viene in mente il mito staliniano del “benessere in cinque anni”) sia soprattutto nelle materie prime evolute, che l’Occidente poco cerca ma che la Cina intende monopolizzare, alla fonte, in Africa, in America Latina, in Asia Centrale, per impostare su di esse sia la sua nuova leadership sulle tecnologie del “terzo capitalismo” sia per evitare una dipendenza stretta dal petrolio e dalle sue determinanti finanziarie e strategiche globali. Il PIL di Pechino si sta sviluppando, nel 2011, al 9,5%, mentre il governo sta contraendo l’acquisto di nuove auto e quindi il consumo petrolifero, evidentemente per non sostenere finanziariamente probabili concorrenti ma, soprattutto, per non importare inflazione da aree, come la UE e gli USA, che attraverso il quantitative easing di moneta sono riusciti, finora, a coprire i più evidenti disastri della crisi finanziaria del 2008.

5. Quali sono gli effetti della crisi finanziaria sugli attuali mercati del petrolio e del gas?

Washington continua a tenere basso il dollaro con politiche di “interessi zero”. Gli USA prevedono un mercato del petrolio e del gas in tensione tra due dati: la crescita della domanda globale di idrocarburi, e purtroppo gli americani non fanno troppe differenze tra le diverse aree geopolitiche, l’aumento del prezzo medio dei prodotti petroliferi, e un rallentamento di tutte le economie in area Fondo Monetario. Questo significa, per i mercati USA, la possibilità di una sequenza di futures per il finanziamento delle necessità energetiche, che saranno denominati in dollari e che esporteranno un po’ di “quantitative easing” verso i paesi consumatori, la stabilizzazione dei mercati periferici dei beni e dei capitali statunitensi, il permanere di una economia del petrolio che, dalla scelta di Kissinger di creare una linea preferenziale per i sauditi dopo la guerra del Kippur, ha reso la divisa USA il massimo strumento per il riciclaggio dei petrodollari, e quindi Washington non è particolarmente interessata ad un prezzo basso di petrolio e gas. La lotta sarà, come ha dimostrato l’Iran con al creazione della borsa petrolifera nell’isola di Kish, quella di proporre l’Euro come alternativa alle transazioni in USD, ma ciò significherà una proiezione geopolitica e militare che l’Unione Europea non ha la voglia, la capacità, la forza di proporsi.

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