Marco Cochi intervistato da Ndg su Libia, potenze emergenti africane e ruolo della Cina

2 febbraio 2012 12:14 1 comment

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Il Nodo di Gordio ha intervistato Marco Cochi. Laureato cum laude in Lettere ad indirizzo storico–politico, Cochi è giornalista professionista e si occupa da tempo di questioni legate al continente africano e al Medioriente. Membro del Consiglio scientifico della rivista di studi extraeuropei “Africana”, è stato ricercatore presso il Centro Altiero Spinelli dell’Università Roma Tre e cultore di Geopolitica presso la Libera Università degli Studi San Pio V. Nel 2007 ha conseguito il Premio letterario internazionale Archè Anguillara Sabazia Città d’Arte per il volume “L’ultimo mondo. L’Africa fra guerre tribali e saccheggio energetico”, pubblicato per i tipi di Kappa. Dal 2009 dirige l’Ufficio Cooperazione decentrata di Roma Capitale. Con lui abbiamo parlato della Libia nel post-Gheddafi, dei nuovi equilibri nell’Africa sub-sahariana, della nascita di nuove forze emergenti nel Grande Gioco africano e del crescente ruolo della Cina in quest’area.

Vista la Sua esperienza di studioso della regione, quale futuro le sembra prefigurarsi per la Libia? E’ plausibile uno scenario “somalo”? O una suddivisione del Paese?

La Libia emersa dalle macerie della guerra è un paese frammentato e dominato da contrastanti visioni del futuro. I sanguinosi scontri che continuano a verificarsi, soprattutto nelle strade di Tripoli, descrivono un paese ancora in preda all’anarchia e in mano alle milizie armate. Le stesse che, grazie all’appoggio determinante della Nato, avevano provocato la caduta del precedente regime. A tre mesi dalla cattura e dalla brutale esecuzione di Gheddafi, sono ancora molti i conti da saldare e non si può escludere un ricorso alle armi, se il processo di transizione politica non dovesse evolvere secondo gli interessi dei vari clan e gruppi di potere fedeli al passato regime.

Il Consiglio Nazionale di Transizione sta attraversando un periodo molto difficile in cui non riesce a governare il gioco di equilibri necessario per imporre la propria autorità su un territorio storicamente suddiviso e controllato da tribù locali. Non dobbiamo dimenticare che il Consiglio, presieduto da Mustafa Abdel Jalil, è composto in gran parte da transfughi del passato regime e da espatriati rientrati nel paese dopo lo scoppio della crisi. Questi ultimi sono spesso considerati troppo legati alle potenze occidentali e per questo poco adatti a dare un’adeguata rappresentatività a tutte le fazioni ribelli.

Un altro segnale della precarietà della situazione giunge dalla recente nomina dell’ex vice-Ministro della Difesa, Youssef al-Manqoush, a Capo di Stato maggiore dell’esercito nazionale. Tale nomina costituisce un chiaro tentativo del Consiglio Nazionale Transitorio di porre fine all’anarchia, ma non possiamo non considerare che è stata avversata da alcuni gruppi di thowars (ex combattenti ribelli), cha alla fine l’hanno accettata come una condizione imprescindibile per deporre le armi ed assorbire le milizie nel nuovo esercito. Così, una volta emanate le disposizioni per l’assimilazione degli ex combattenti nell’esercito, le milizie dovranno decidere se adeguarsi al nuovo ordine oppure continuare a sfidare le autorità centrali col rischio di far precipitare il paese nella guerra civile.

Appare evidente che la situazione in Libia sembra tutt’altro che promettente e il persistere delle violenze minaccia quanto meno di ritardare la garanzia di sicurezza nel paese. Si teme inoltre che la transizione libica sfoci in un rafforzamento dei movimenti islamisti e non si esclude neanche il pericolo di una frammentazione del paese per linee etniche.

Il popolo libico, per quanto diviso da rivalità tribali, regionali e politiche, ha pagato un pesante tributo di sangue per la sua libertà. Sarei perciò orientato a ritenere che se non fosse altro per questo motivo dovrebbe essere in grado di scegliere una forma di governo di unità nazionale alternativa a quella passata. Una scelta che escluderebbe uno scenario di somalizzazione del paese.

Gheddafi esercitava un ruolo fondamentale per gli equilibri dell’Africa sub-sahariana. Cosa potrebbe accadere, oggi, in quell’area tormentata, senza più la “mediazione” libica?

Muhammar Gheddafi intendeva determinare gli equilibri del continente africano attraverso la via del panafricanismo. Nel corso del suo anno di presidenza dell’Unione africana, il defunto leader libico aveva più volte chiesto un’immediata trasformazione dell’Unione africana negli Stati Uniti d’Africa.

Nel vertice tenutosi a Sirte, dal 1 al 3 luglio 2009, Gheddafi cercò in tutti i modi di promuovere la realizzazione dell’ambizioso progetto panafricanista, sostenendo che l’Unione africana avrebbe dovuto vedersi assegnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tirando le somme, però, il panafricanismo del dittatore libico non ha avuto molti riscontri nella realtà.

La sua uscita di scena non produrrà di certo conseguenze “irreparabili” sulle sorti del continente africano, soprattutto se prendiamo in considerazione il fatto che il dittatore libico tentò in vari modi di legittimare la sua supremazia sul continente incentrando la sua politica su un progetto sull’Africa e non per l’Africa.

Nel “disordine” cronico dell’Africa, potrebbe emergere qualche “potenza di area” in grado di assumervi un ruolo centrale o egemonico?

A dire il vero, in Africa già da alcuni anni si è affermato un soggetto geopolitico dotato degli attributi di vera e propria potenza regionale: il Sudafrica. La giovane e multietnica democrazia sudafricana fa parte del G 20, produce un terzo del Pil dell’intero continente, conta ben 32 aziende nella classifica delle prime 50 aziende africane per fatturato e possiede da sola il 40% dell’oro del mondo, il cui valore sta salendo alle stelle, dall’inizio della crisi finanziaria globale. Ed è un dato di fatto acquisito il successo dell’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2010, con investimenti per circa 3 miliardi di dollari.

Del resto, molti analisti avevano da tempo preconizzato l’entrata del Sudafrica nell’esclusivo club dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina). E l’investitura è avvenuta in Cina, il 14 aprile dell’anno scorso, in occasione della conferenza di Sanya, dove il presidente della Nazione Arcobaleno Jacob Zuma, è stato invitato in veste ufficiale a prendere parte ai lavori del vertice insieme ai Capi di Stato dei quattro paesi del Bric. Mentre altri studiosi hanno posto la potenza africana a capo di un nuovo gruppo di paesi emergenti racchiuso sotto la sigla Stim: Sudafrica, Turchia, Indonesia, Messico.

In virtù di questo ruolo, il Sudafrica è impegnato da tempo in una serie di investimenti sia pubblici che privati, in tutto il continente, tanto per assicurarsi risorse e ribadire lo status di leadership regionale. Alcuni economisti hanno etichettato l’interesse degli imprenditori e dei politici di Pretoria verso le economie africane, con il pericolo di un “neocolonialismo” interno al continente. Ma tale ipotesi non sembra, almeno per il momento, dare preoccupazione agli altri paesi africani. Resta però l’incognita delle reazioni cinesi allorché i governi africani cominceranno a preferire partnership con Pretoria, favorendo l’installazione di imprese sudafricane e garantendo vantaggi maggiori in termini contrattuali.

Per parlare in termini di realpolitik, metterei in evidenza il fatto che ormai il continente nero non è solo più un territorio di conquista, ma un potenziale partner strategico sia dal punto di vista economico che politico. E con l’annessione al Bric(s), il Sudafrica è stato eletto portavoce ufficiale tra i nuovi paesi africani in costante crescita. Per Pechino, quello sudafricano rappresenta un mercato in cui esportare beni di consumo, ma anche la piattaforma designata per aumentare la propria influenza sull’Africa e continuare ad accaparrarsi importanti materie prime a prezzi convenienti.

In questo giro d’affari non rientrano solo scambi commerciali, ma anche preziosi investimenti congiunti e incrociati per favorire, appunto, il rastrellamento di materie prime. Tra queste, oltre al petrolio, anche i metalli rari, indispensabili per l’alta tecnologia, di cui è ricco il sottosuolo sudafricano. Anche sulla base di questa constatazione, l’inclusione del Sudafrica nel novero delle potenze emergenti, voluta soprattutto dalla Cina, non sembra essere priva di interessi.

La Cina è sempre più presente in Africa. Potrebbe, dunque, questa diventare lo scenario privilegiato di un nuovo Grande Gioco? E quali potenze vi parteciperebbero?

In Africa è effettivamente in atto un nuovo Grande Gioco per la spartizione delle risorse energetiche e naturali del continente che secondo stime accreditate detiene oltre il 10% delle riserve mondiali di petrolio e un terzo dei giacimenti di cobalto e di metalli di base.

Una competizione senza esclusione di colpi che vede in prima fila soprattutto Stati Uniti e Cina. Quest’ultima ha iniziato la sua penetrazione in Africa a metà degli anni novanta, attratta soprattutto dalla sete di petrolio e di gas. Dal canto suo, l’Africa si è subito posta come interlocutore ideale per soddisfare le necessità primarie della grande crescita economica cinese se consideriamo che i manufatti cinesi, di poco prezzo e buona tecnologia, penetrano facilmente nei mercati africani sbaragliando la concorrenza.

Ad un saccheggio delle risorse pregiate dell’Africa, a costo zero, e ad un uso e servizio della ricerca scientifica e della produzione cinese, fa riscontro il fatto che la potenza asiatica è il principale consumatore di prodotti africani e sembra che la stessa popolazione del continente nero consideri l’invasione come una opportunità di sviluppo.

Gli Stati Uniti dal canto loro continuano a sostenere l’Africa con generosi finanziamenti, contratti più equi e cooperazione a tutto campo. Mentre nel 2007 hanno istituito un nuovo comando militare dedicato esclusivamente all’Africa, denominato Africom di base a Stoccarda con l’intento di garantire aiuti umanitari ed economici al continente nero ed a prevenire conflitti. Curioso osservare che un comando militare sia investito di compiti che nella norma spetterebbero a organizzazioni impegnate nell’ambito della cooperazione internazionale.

Negli ultimi quattro anni anche l’India si è impegnata ad aprire nuovi sbocchi commerciali e rafforzare la propria presenza politico-economica nel continente nero, mentre i paesi africani trovano un vecchio partner asiatico con cui stringere vantaggiosi accordi di partnership. Un modello di cooperazione bilaterale basato su un blocco di settori diventati cruciali per l’economia indiana e per lo sviluppo del continente africano.

In ultimo vorrei porre in rilievo anche il rinnovato interesse della Russia nei confronti del continente africano. Lo testimonia il Forum tenutosi lo scorso 16 dicembre ad Addis Abeba che di fatto ha scritto una nuova pagina nei rapporti fra Russia e Africa, consolidando la presenza sui mercati africani di importanti compagnie russe come Gazprom, RosAtom, LukOil, SeverStal.

Del resto sono centinaia le società russe impegnate in tutta una serie di settori strategici del continente africano. Per citare qualche esempio: la Guinea esporta bauxite in Russia; Mali, Mozambico e Etiopia manifestano da tempo un forte interesse per le macchine utensili di produzione russa. Mentre l’anno scorso la Gazprom-bank ha finanziato due programmi per la prospezione geologica dell’uranio in Nigeria e sono in dirittura di arrivo alcuni grandi progetti ferroviari, come per esempio, la linea transkalahariana che collegherebbe i giacimenti della Botswana con i porti della Namibia. Nella sostanza un ritorno alla grande della Russia in Africa con ingenti capitali e nuove tecnologie.

Un suo saggio di alcuni anni fa, definiva l’Africa “Il continente dimenticato”. Oggi gli interessi delle Potenze sembrano concentrarsi nell’area sub-sahariana, ma quali sono le presenti condizioni dei popoli africani? Ancora, siamo assistendo ai prodromi di uno sviluppo economico, o solo ad una ennesima fase di colonialismo e sfruttamento?

Da quando ho scritto il libro di cui fa menzione sono passati sei anni e gli scenari del continente africano sono sensibilmente cambiati. Numerose riviste economiche hanno scritto che il 2011 verrà ricordato come l’anno dell’ingresso ufficiale dell’Africa nel cosiddetto mondo sviluppato. E le principali potenze sono pronte a darle il benvenuto, non certo per filantropia.

Un dossier dello scorso maggio curato dalla società di consulting Ernst&Young ha messo nero su bianco le cifre del boom del continente africano, il cui Pil nel 2020 toccherà i 2600 miliardi di dollari, mille miliardi in più rispetto a quello registrato nel 2008. Merito anche di un aumento vertiginoso dei consumi previsti per lo stesso anno, stimato intorno al 62 per cento, per una cifra pari a 1400 miliardi di dollari.

In pratica c’è da prendere in considerazione un nuovo, imponente segmento di consumatori che si sta affacciando sul mercato: circa trecento milioni di persone, prevedono gli analisti della Banca di sviluppo africana, un abitante su tre del continente avrà un reddito maggiore (compreso tra i 2 e i 20 dollari al giorno) non più speso solamente per il sostentamento. Una classe media sulla cui consistenza manca un’analisi univoca, di natura economica e sociologica, ma che è già presente e sarà sempre più determinante.

Un mercato con un potenziale enorme dove gli investimenti non appaiono più rischiosi come una volta e la fila di chi vuole fare affari è sempre più lunga.

Sembrerebbero dunque lontani i tempi in cui l’Africa era considerata il continente delle malattie e dei colpi di stato con frequenza giornaliera. Ma non dobbiamo cedere ai facili entusiasmi e ricordare che molto resta ancora da fare e da investire per lo sviluppo economico.

Nonostante la crescita economica degli ultimi anni, l’Africa subsahariana è la sola regione in via di sviluppo in cui il numero di poveri non ha smesso di crescere. Un dato che richiede un’attenta lettura e che spinge a interrogarsi se l’apertura dei mercati africani, che avrebbe dovuto incrementare la ricchezza, ha invece emarginato ancora di più il continente.

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