La Libia dopo Gheddafi

23 ottobre 2011 09:45 3 comments

di ANDREA MARCIGLIANO

“Sic transit gloria mundi.” Il commento, sobrio ed insolitamente asciutto, del Premier italiano Silvio Berlusconi alla notizia dell’uccisione di Muhammar Gheddafi è apparso (forse)  l’unico davvero appropriato in una turba confusa di voci che vanno proclamando l’avvento di una “nuova stagione di libertà e democrazia” per la Libia, nonché, ovviamente, la fine di una guerra che sembrava ormai destinata a trascinarsi come una lunga cancrena. Non sappiamo, né in fondo ci interessa quale delle molte versioni che circolano in queste ore sulla morte del leader libico risponda a verità, e per altro ci permettiamo di dubitare che si possa mai giungere a conoscerla davvero. Quello che, invece, a caldo, vogliamo sottolineare è che tanti entusiasmi ci appaiono mal riposti. E per alcune, ottime ed evidenti, ragioni.

In primo luogo la morte del Rais non significa la fine del conflitto libico, semmai solo della sua fase “internazionale” ovvero del diretto coinvolgimento della NATO a fianco del Governo Provvisorio formato dai ribelli di Bengasi. Molti segnali infatti lasciano intendere che la guerra civile sia destinata a durare ancora a lungo, provocando un’ulteriore cancrena, nonché la progressiva decomposizione del paese maghrebino. La Libia ha una struttura tribale, che, come dimostrato dai recenti avvenimenti, neppure il quarantennale regime del Colonnello di Tripoli è riuscito a scardinare. E la resistenza delle tribù di Sirte e del Fezzan al nuovo governo non può essere ricondotta troppo semplicisticamente a gruppi ciecamente fedeli al defunto dittatore. Piuttosto dietro si stagli l’ombra di antichi conflitti inter-etnici fra i Senussi della Cirenaica – che, aiutati dagli inglesi (cui sono storicamente legati) e dai francesi hanno dato avvio alla rivolta – e tribù arabe della Tripolitania, senza contare i berberi – per altro divisi al loro interno fra seguaci di Gheddafi e gruppi influenzati dal fondamentalismo islamico – e i tuareg del sud. In particolare queste due etnie potrebbero dare vita a movimenti separatisti di notevole pericolosità. I berberi perché da empre tentati dalla costituzione di una loro “regione indipendente”, forti, oggi, dal fatto di essere stati loro – o meglio la loro componente islamista di osservanza salafita – ad imprimere una svolta alla rivolta conquistando Tripoli, quando le milizie dei ribelli cirenaici si trovavano ancora sotto schiaffo e ridotte sulla difensiva dalle truppe di Gheddafi. I tuareg perché chiaramente minacciati da un Regime Change, che, comunque vada la lotta per il potere già scatenatasi in seno al Governo provvisorio, li vedrà esclusi ed emarginati per la loro fedeltà al passato regime che e aveva sempre garantito i diritti.

In questo quadro interno, già di per se stesso confuso ed estremamente pericoloso, si vengono ad inserire gli interessi di “potenze estere” mosse dal desiderio di acquisire il controllo delle ricchezze petrolifere e di gs naturale della Libia. Interessi contrastanti che – anche per la sostanziale “vacanza” di una chiara direzione da parte dell’attuale Amministrazione statunitense – potrebbero finire con il favorire i conflitti civili, appoggiando ora questa ora quella fazione tribale.

Infine, il crollo del regime di Gheddafi rischia di aprire una stagione di intensa, e pericolosissima, conflittualità, in tutta a vasta regione dell’Africa sub-sahariana. Dove il Colonnello – cxhe si era, con il suo linguaggio pittoresco, proclamato “Re dei Re dell’Africa Nera” – esercitava da tempo un ruolo di controllo e mediazione che oggi è venuto a mancare.

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