Paolo Savona intervistato da Ndg su crisi dell’Euro, ritorno alla Lira, finanza pubblica e exit strategy

6 luglio 2012 10:10 0 comments

Il Nodo di Gordio ha intervistato Paolo Savona. Professore emerito di Politica economica, formatosi al Servizio Studi della Banca d’Italia è stato Ministro dell’industria nel Governo Ciampi e ha ricoperto importanti incarichi pubblici e privati. Nel volume “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia” (Ed. Rubbettino) del quale è Autore esamina decisioni di politica economica susseguitesi in Italia dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica in poi, definendole “eresie”, ossia dottrine contrarie ai dogmi della razionalità economica, le quali hanno dato vita a puri “esorcismi”, riti che hanno lasciato le cose come prima.
Infatti, nonostante le promesse di tagli, la spesa pubblica è continuata a crescere imperterrita, come pure, ma meno, la pressione fiscale, facendo così lievitare l’indebitamento pubblico. Lo Stato si è impossessato di metà del reddito annuo del Paese e non pare ancora soddisfatto, dato che va aggredendo in modo indistinto la ricchezza.

Si sta facendo di tutto per mantenere la Grecia nell’Euro e ora, in Italia, sta montando il dibattito sul ritorno del Belpaese alla Lira? Provocazione, eresia o rischio calcolato?

Dura realtà. Infatti restare nell’euro senza modificare le regole che governano moneta e fisco significa che l’Italia è destinata a regredire sia in termini di reddito che di occupazione. Uscire con un preciso piano in mente e nuove alleanze internazionali sarebbe un rischio calcolato.

Di fronte all’avvitarsi della crisi, l’Europa si sta dimostrando miope e ancorata a concezioni di politica economica superate. Quali dovrebbero essere le misure da adottare per una exit strategy meno dolorosa possibile?

La migliore soluzione sarebbe quella (a) di cambiare il mandato della BCE, assegnando a essa l’obiettivo di curare anche lo sviluppo e intervenire ove necessario e con scelte autonome sul debito pubblico e sul cambio dell’euro; (b) di liberalizzare realmente i movimenti del lavoro per inseguire i capitali dove si investono e praticare politiche compensative dei diversi effetti di shock esterni, come quelli generati dalla crisi finanziaria americana; (c) creare la scuola europea, se veramente si vuole l’Europa unita.


Obama ha criticato l’Europa per carenza di iniziativa, dimenticando che l’esplosione della bolla finanziaria è partita dagli USA. Semplice dimenticanza?

Però ha anche ragione perché le crisi sono due: quella che hanno creato gli Stati Uniti (non la sua amministrazione) e quella creata dall’Unione Europea, con le sue lentezze decisionali e insufficienti risore, oltre che con l’ossessione della stabilità fiscale a ogni costo.

Le misure draconiane dell’Esecutivo Monti hanno proposto una ricetta con più tasse e pochi investimenti. Ritiene sia davvero questa la strada per uscire dalla crisi?

Ho già osservato che l’aver speso il credito ricevuto per tagliare le pensioni e aumentare le entrate è stata una scelta sbagliata considerato che il problema principale era la crescita nella stabilità. L’alternativa sarebbe stato un taglio generalizzato delle spese pubbliche e la cessione di un importo consistenze di patrimonio pubblico per ridurre il debito dello Stato e degli enti territoriali. La ricetta Monti, tuttavia, non prevedeva, ma implicava una caduta degli investimenti.

L’Italia sta, indubbiamente, pagando il prezzo di decenni di mala gestione della finanza pubblica. “Affamare la bestia” con poderosi tagli alla spesa pubblica è un sistema percorribile? E la cosiddetta “spending review”, a suo avviso, va in questa direzione?

La spending review va nella giusta direzione, ma i risultati ricercati in modo selettivo producono ben poco. L’aumento della pressione fiscale finanzia le inefficienze dello Stato, invece di correggerle. Meglio un taglio generalizzato di tutte le spese.

Il mercato interno è in profondo rosso e anche l’export è in frenata.
La quota italiana sul commercio mondiale è in progressiva riduzione.
Quali sono le prospettive per le imprese italiane che lavorano nel settore delle esportazioni?

Le imprese hanno risposto bene alla crisi e si sono rivolte con successo al mercato estero. Forse questo è l’unico settore che ha retto al peso dell’aggiustamento. Il problema è che non investono più in Italia e, quindi, esportano esportazioni, lasciando alla politica la patata calda della disoccupazione. Le statistiche pubblicate nella Relazione della Banca d’Italia del 31 maggio indicano che gli investimenti diretti esteri sono stati pari a 35 mld di euro, ciò che manca agli investimenti interni. Ma il clima politico e la pressione fiscale inducono tali comportamenti.

Cinesi, indiani, russi sono pronti ad acquistare aziende italiane. Puòessere la soluzione ai nostri problemi o ci troviamo di fronte a un rischio in più?

Non sono certo che siano così pronti, altrimenti lo farebbero, perché gli investimenti esteri, ove si escludano le imprese strategiche (il cui confine non è molto preciso), sono liberi. Io non ho remore all’accettarli, di fronte a comportamenti di mercato corretti.

Nel 1995 fece una interessantissima prefazione a “Lavoro e Usura” di Ezra Pound, considerato un eretico dell’economia. Quali le sue giuste intuizioni a suo avviso che lo rendono attuale?

La mia recensione fu critica e la figlia di Pound si irritò. Ciò che apprezzo è la sensibilità del Poeta-economista, come egli si definiva, al problema dei comportamenti corretti delle banche, che condivido, ma intendo come diritto della banche a veder remunerato il proprio capitale a tassi di mercato che tengano conto dei rischi corsi e degli investimenti alternativi, se sostengono l’attività produttiva. Nel suo lavoro, Pound non esplicita bene i contenuti della sua opposizione, ma segue una concezione prescolastica del peccato di usura applicato all’epoca prebellica in cui lui ha vissuto.

Leave a Reply