Il sogno arabo di democrazia ha fallito?

23 ottobre 2014 13:06 0 comments

Quando Bouazizi, giovane venditore di frutta tunisino, fu ripreso violentemente dalla polizia del suo paese, poiché era sprovvisto di licenza, si sentì umiliato nella sua virilità e leso nei suoi diritti di cittadino da un regime repressivo nei suoi confronti. Pertanto si versò della benzina addosso e si diede fuoco per porre fine alla sua miserabile condizione di vita. Quello stesso fiammifero che pose fine alla sua vita diede inizio al gigantesco sogno di benessere per il mondo arabo: un sogno di democrazia e libertà dal giogo di dittatura, umiliazioni e tradizioni feudali.

Questo atto eroico e altruistico diede inizio ad una nuova era del mondo arabo che è stato chiamato: “la primavera araba”. Infatti il cerino di Bouazizi diede anche vita, cosa molto più importante, ad un’onda di proteste del popolo tunisino senza pari che spodestò il dittatore Ben Alì. Senza sosta, la fiamma di cambiamento tunisina passò ai giovani egiziani che, attraverso le proteste dirette nei confronti della polizia, con sit-in in piazza Tahrir posero fine al regime repressivo di Mubarak.
Con effetto domino le rivoluzioni raggiunsero Yemen e Bahrain creando nuove realtà politiche. Più tardi l’onda rivoluzionaria toccò i regimi militari più duri della zona: Libia e Siria, dove erano in atto crudeli guerre civili una delle quali ancora oggi in corso, causa di morte di migliaia civili e di un incredibile esodo di popolazione.

 

Cosa ha portato alle proteste?

Fin dall’indipendenza della maggior parte degli stati arabi, alla metà dell’ultimo secolo, vi erano due tipi di regimi differenti nella forma di governo ma simili negli obiettivi:

1) Monarchie tradizionali: autocratiche e tribali si basavano su legittimazione religiosa e si accattivavano l’appoggio della popolazione con generosi aiuti diretti o indiretti. Infatti la maggior parte degli stati del Golfo Persico, come conseguenza delle rivolte, distribuivano generose quantità di denaro alla popolazione per sedare gli istinti di cambiamento. Per quelle monarchie, invece, che non si basavano sui grandi approvvigionamenti petroliferi, come Marocco e Giordania, si è dato inizio ad una cessione dei poteri attraverso la concessione di costituzioni liberali per sedare l’ira della popolazione.

2) Giovani repubbliche: adottarono pompose teorie panarabiste e portarono avanti linee di governo social rivoluzionarie coltivando però, regimi repressivi caratterizzati da corruzione, nepotismo e cooptazione mantenendo il potere attraverso il terrore e l’intimidazione.

Queste due forme di governo hanno cosi controllato i popoli:

  • Mantenendo la maggioranza della popolazione in una endemica condizione di analfabetismo.
  • Incoraggiando l’obbedienza attraverso fondamentalismi religiosi.
  • Reprimendo duramente e sistematicamente l’opposizione.
  • Controllando i media.
  • Usando il potere subliminale degli stessi media in modo tale che la popolazione amasse la stabilità, l’ordine e la legge anche se raggiunti in modo repressivo.

Questa ricetta funzionò per quarant’anni fino all’avvento della rivoluzione digitale, che portò internet e la tv satellitare nelle case, proprio questo alla fine ruppe l’assolutismo. Attraverso la televisione la popolazione ha conosciuto nuove culture dove l’individuo è rispettato. Le persone iniziarono a farsi domande sulla loro politica e sulle sue differenti sfaccettature.
In seguito fu il turno della rivoluzione digitale che diede la possibilità a qualunque cittadino di criticare, chiedere, ma, cosa più importante comunicare in modo giusto con gli altri. Fino ad allora l’informazione era controllata dallo stato la quale costituiva la sua più grande forza. Il governo la usava per convincere i cittadini che lo Stato era il loro protettore e che l’amato leader Zaim era la loro guida e patriarca. La lettura di diverse fonti sulla rete e di molti siti internet e articoli porto la popolazione alla conclusione che lo Zaim in questione era corrotto ed oppressivo e attraverso la rete sono riusciti ad organizzare lentamente la loro resistenza fino a quando Bouazizi diede fuoco al suo cerino dando inizio ai tumulti arabi che continuano ancora oggi.

Demonstrators Return To Tahrir Square

CAIRO, EGYPT – MAY 27: A woman watches from her balcony as demonstrators gather in Tahrir Square on May 27, 2011 in Cairo, Egypt. The ruling Supreme Council of the Armed Forces said that there would be no use of violence against protests dubbed ‘the Second Revolution of Anger’ taking place in Cairo and other cities in Egypt. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)

 

Cambiamenti di regime: nessun cambiamento

In passato, nel mondo arabo, i cambi di leader avvenivano solamente per due motivi:

1) Colpo di Stato: i militari insoddisfatti del regime dello Zaim decidono di rimpiazzarlo attraverso un colpo di Stato, così che il dittatore, i suoi collaboratori e la sua famiglia sono imprigionati ed esiliati in qualche “gulag” del regime o letteralmente liquidati per fare spazio ad una nuova squadra di governo, mentre il popolo guarda disinteressato gli eventi poiché sa che la repressione continuerà sempre e comunque;

2) Morte naturale delle Zaim: il leader muore per vecchiaia o malattia ed il partito di maggioranza designa un successore consultandosi con l’esercito.

Nessuno avrebbe pensato che i docili e immaturi giovani arabi, le cui rivolte fino ad allora erano state sedate nel sangue e nel silenzio, avrebbero condotto con successo una rivolta popolare. Questa volta però le condizioni erano differenti, i giovani arabi avevano delle armi più sofisticate: internet, pc, tablet, smartphone e anche proiettili più letali: i social media e l’opinione pubblica mondiale.
La rivoluzione digitale aveva permesso ad ogni giovane arabo di essere allo stesso tempo organizzatore di meeting politici e dimostrante, di essere un efficiente agenzia d’informazione capace di inviare al mondo e ai siti internet comunicati e cosa più importante video e immagini dei fatti in tempo reale e non attraverso le menzognere agenzie di stampa di stato.

 

Perché i giovani arabi si ribellano?

Precedentemente i giovani erano imprigionati in un sistema arcaico, assurdo e tradizionalista. Un sistema tribale nell’essenza e patriarcale nella organizzazione. In questa struttura l’individuo non esisteva era parte di una famiglia allargata comandata da un patriarca, che non ammetteva critiche e dissenso di nessuna natura. Il sistema politico era lo specchio della struttura sociale autoritaria e repressiva. Per preservare questo stile di vita i giovani erano educati all’obbedienza e alla fedeltà, imprigionati in tabù di due tipi:

1) Tabù sociali: le società arabe accedevano alla modernità e alla modernizzazione ma non permettevano ai giovani di goderne. Non era permesso di avere fidanzati e di poter flirtare in pubblico. Non si poteva fare sesso prima del matrimonio, non era possibile esprimere le proprie inclinazioni sessuali al di fuori dell’eterosessualità, nessuna indipendenza di pensiero, nessuna opinione diversa da quella comune, nessuna critica del sistema religioso e politico, nessuna libertà per le donne che erano considerate senza diritti;

2) Tabù politici: ai giovani era richiesto di esprimere fedeltà e accondiscendenza. Era imposto di limitare il loro scontento ed era impossibile esprimere opinioni discordi per non andare in prigione, essere uccisi, subire discriminazioni o perdere il lavoro. Così i regimi instillarono la paura nei giovani affinché non trasgredissero, chi si mostrava obbediente e sottomesso era premiato con soldi, potere e rispetto a differenza di coloro che non lo facevano. La neutralità allo stesso modo era considerato dal regime come sinonimo di dissidenza cosa che non poteva essere tollerato.

 

La primavera araba ha fallito?

La primavera araba non ha fallito come molti dicono ha solo perso di vigore per due ragioni:

  • Innanzitutto i giovani non hanno esperienza nella gestione del post rivoluzione e della situazione politica scaturita, sono stati infatti sostituiti velocemente dai più motivati e irregimentati gruppi islamici, i quali hanno perso la simpatia e l’appoggio delle masse per aver imposto costumi troppo rigidi nella vita quotidiana;
  • Secondariamente l’establishment ha avviato riforme non del tutto veritiere che hanno portato ha cambiamenti minimi della situazione.

Quindi la gioventù araba ha dato ai precedenti regimi una seconda chance ma non solo ha dato anche agli islamisti un’opportunità d’oro per governare e per provare al mondo intero che sono differenti, ma l’assolutismo religioso, che è un’attrazione irresistibile per questi gruppi, ha fatto loro perdere credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.

Adesso la primavera araba si è fermata ma il suo messaggio continua ad esistere nel mondo prima le rivolte in Ucraina adesso quelle contro il regime comunista in Cina con la rivoluzione “degli ombrelli” condotta dai giovani di Hong Kong che sognano una vera democrazia per tutta la Cina.
Quindi la primavera araba è ancora viva e continua con le manifestazioni nel mondo arabo modificando i vecchi sistemi politici ma anche espandendosi ai ricchi e conservatori del Golfo Persico raggiungendo forse la Repubblica teocratica dell’Iran, così tutti sono avvisati: o si dà inizio al cambiamento o si verrà dimenticati dalla storia. La scelta è la vostra.

Mohamed Chtatou

Traduzione dall’inglese a cura di Antonciro Cozzi, associate analyst

Mohamed Chtatou

Dr. Mohamed Chtatou is a Professor at the university in Rabat. He is currently a political analyst with Moroccan, Saudi and British media on politics and culture in the Middle East and Islam and teaching Community Based Learning and Amazigh studies to American students at Amideast/Morocco in Rabat. He was born in the Amazigh village of Ajdir north of Taza, in a French colonial prison in 1952 because his parents were Liberation Army officers fighting for Moroccan Independence (...) He has conducted over 200 trainings in education, literacy, empowerment, culture and development in Africa, Asia, Europe and the Americas. He has published several books on language and culture and over 60 articles in Arabic, French, English and Spanish in his areas of specialization.

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