Il Sen. Gian Guido Folloni intervistato da NdG su Mediterraneo “allargato”, Asia Centrale

17 gennaio 2012 16:17 0 comments

 Il Nodo di Gordio ha intervistato il Sen. Gian Guido Folloni, già Ministro della Repubblica per i Rapporti con il Parlamento, è attualmente Presidente di ISIAMED (Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo), ente a carattere internazionalistico, che promuove incontri e tavole rotonde alle quali hanno partecipato anche esponenti del think tank di geopolitica ed economia “Il Nodo di Gordio” e del Centro Studi “Vox Populi”.

Al Sen. Folloni abbiamo rivolto alcune domande sui rapporti tra Italia e Asia Centrale, sui futuri scenari che si profilano all’orizzonte in ordine alla nascita dell’Unione Eurasiatica tra Russia, Kazakhstan e Bielorussia e sui delicati equilibri nel Mediterraneo, a seguito dei movimenti in atto in tutta la scacchiera nordafricana.

 

 

 

Si parla sempre più di Mediterraneo “allargato”, comprendendo un’area che va dal Mar Nero al Caspio. Un’area di grande interesse per l’Italia?

Non solo per l’Italia, per tutta l’Europa. Nella saldatura tra il continente europeo e l’Asia, il Mediterraneo ha sempre giocato un gran ruolo. L’antica Via della seta aveva nelle rotte mediterranee una componente fondamentale: dalla Spagna e da Venezia verso est ad Alessandretta ed a Damasco, da dove partivano le carovane dirette alla Cina ed alle Indie. Una via sulla quale si scambiavano merci e venivano in contatto e si fecondavano civiltà e culture. Colombo arrivò in America cercando le Indie. Dopo secoli di primato atlantico, con l’emersione delle nazioni asiatiche, il Mediterraneo va verso una nuova centralità che coinvolge geopoliticamente tutto il vecchio continente.

 

Le relazioni fra Italia ed Asia Centrale appaiono sempre più importanti, e non solo dal punto di vista meramente economico. Le sembrano destinate a progredire? E quale dovrebbe essere la nostra strategia diplomatica in tale contesto?

Dovrebbero progredire. Ma occorre che la politica estera italiana esca dal grande sonno. Da troppi anni siamo fermi agli schemi della confrontazione tra Occidente sviluppato e democratico e Oriente arretrato e dittatoriale. Il mondo è cambiato. Non tutto per il meglio. Quello schema non regge più. Siamo pieni di gloriose ambasciate nei paesi nostri storici alleati. E’ ora di aprire lo sguardo e rappresentanza diplomatiche forti ed importanti nel mondo nuovo che avanza.

 

La nascita di un’Unione Eurasiatica fra Russia, Kazakhstan e Bielorussia rappresenta un’opportunità per l’Italia? E quali contraccolpi potrebbe avere sugli equilibri globali in genere, e su quelli europei in particolare?

Tutti i cambiamenti in atto – tanti in questo scorcio di secolo – sono al tempo stesso rischio ed opportunità. Il fatto è che i vecchi equilibri monopolari non reggono più: finanziariamente, economicamente, socialmente. Oltre metà della popolazione mondiale vive in Asia e sta prepotentemente sul mercato del lavoro e dei consumi. I nuovi equilibri si stanno già determinando. La crisi, globalmente intesa, non è semplicemente un malfunzionamento del sistema. E’ crisi del sistema. Gli squilibri, le tensioni finanziarie, sono come il susseguirsi di scosse che portano verso nuovi equilibri. Si possono subire o affrontarli, cogliendo le opportunità che offrono verso i nuovi assetti relazionali. Se l’Europa non fosse politicamente così in ritardo, dovrebbe farsi lei stessa promotrice di una politica eurasiatica. Per l’Italia, vera piattaforma europea nel cuore del Mediterraneo, una politica eurasiatica la colloca in posizione centrale.

 

In che direzione dovrebbe, a Suo avviso, muoversi la politica italiana per favorire una più stretta sinergia con i paesi dell’Asia Centrale e del Caucaso? E, nello specifico, per contribuire a risolvere le tensioni che attraversano queste due regioni?

Le azioni da intraprendere sono molteplici. Nel percorso che dall’Italia e dal Mediterraneo va in direzione dell’Asia Centrale c’è la Turchia. Nazione che lo scorso anno ha avuto il più alto tasso di crescita, superiore a quello delle tigri asiatiche. La Turchia è uno stato laico in una società a maggioranza musulmana. Ha un piede dentro ed uno fuori dall’Europa. Primo passo da sollecitare è che dopo l’Euro si faccia l’Europa politica. La sovranità è sempre ruotata attorno a tre pilastri: il re, il soldo e i soldati. Per ora abbiamo solo il soldo. Secondo: premere per il completamento dell’ingresso della Turchia nell’Unione. La Turchia è il ponte in tutti i sensi verso Caucaso ed Asia. Meglio che ponte sia di casa nostra che altrui. Terzo: aiutare la crescita maturazione in senso moderno e democratico di quelle nazioni che possono essere elementi di stabilizzazione della regione centroasiatica. Ad esempio, il Kazakhstan muove passi interessanti in questa direzione. Ha una costituzione che contempla la libertà religiosa. Per oggettiva massa critica e per interesse nazionale è elemento di stabilizzazione regionale. Va incoraggiata a maturare sul piano del pluralismo sociale e politico.

 

Infine, quale Le appare possa essere il futuro dei nostri interessi nazionali dopo la stagione – ancora in fieri – delle Primavere Arabe?

Le Primavere arabe sono, almeno fin qui, una definizione giornalistica. La transizione verso la democrazia di quei paesi scossi dalle rivolte di piazza è un processo né breve, né lineare. Ma il futuro degli interessi nazionali italiani sarà sempre più legato alla loro positiva evoluzione. Demografia, mercati interconnessi, spazio d’espansione per il nostro know how: tutto lega il futuro dei nostri figli a quello dei figli di chi oggi vive, problematicamente, sulla sponda sud del Mediterraneo. L’interesse dell’Italia è legato all’infrastrutturazione di questo mare, alla crescita delle società civili e dei mercati nei paesi del Magreb e del Mashreq. La democrazia non si esporta, matura entro le società capaci di crescere. Sono società islamizzate? Certo, ma non mancano realtà interessanti: il Marocco ad esempio. Altro futuro non c’è. Lepanto in epoca nucleare? Una follia. 

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