Il modello svizzero per la gestione dei migranti. Intervista a Yves Rossier

29 settembre 2016 10:11 0 comments

Intervista a Yves Rossier. Il modello svizzero per la gestione dei migranti.

La Svizzera è tornata al centro dell’attenzione per quanto riguarda il problema delle migrazioni. E non solo per il risultato del referendum in Ticino sui rapporti con i frontalieri. Ne abbiamo parlato con il Segretario di Stato del Dipartimento federale svizzero per gli affari esteri, Yves Rossier, nel corso della sua visita ufficiale a Roma.

 

Eccellenza, la questione migratoria è un tema centrale per molte cancellerie europee. Ci potrebbe illustrare, per cortesia, quali sono le azioni che la Svizzera ha posto in essere nell’affrontare tale questione?

Alcune problematiche che oggi dobbiamo affrontare derivano dal processo con il quale una parte del mondo arabo si è avvicinato ai sistemi politici moderni. Tale processo, ha interessato vari paesi che si affacciano sul Mediterraneo, quali: Tunisia, Libia, Egitto, Siria e così via. Naturalmente gli sviluppi sono stati differenti. La questione dei flussi migratori è una conseguenza degli avvenimenti che hanno interessato tali paesi. Nell’affrontare tale questione la Svizzera si basa su tre pilastri:

Il primo e più importante di essi è rappresentato dall’engagement on the spot, da noi definito ‘human security’, che consiste in alcune specifiche attività, tra le quali: supporto ai processi politici, creazione delle strutture politiche e amministrative statali, azioni per la tutela delle minoranze e delle donne.

Il secondo pilastro riguarda il fenomeno migratorio in Europa. La Svizzera ha deciso di partecipare allo sforzo dell’UE di accoglienza dei migranti. In particolare ha voluto contribuire al meccanismo di rilocalizzazione di essi ed è pronta ad accoglierne 1.500: 900 provenienti dall’Italia e i restanti 600 dalla Grecia. La Svizzera offre altresì un sostegno nell’attività europea di contrasto ai trafficanti di esseri umani e d’identificazione dei migranti direttamente negli hot spot, ove sono stati inviati esperti del settore. La Svizzera, che è situata al centro dell’Europa, ha un forte interesse ad una comune politica europea sul fenomeno migratorio. Sotto molti punti di vista, il Paese applica in modo più stringente rispetto a vari paesi membri dell’UE le decisioni europee prese al riguardo.

Il terzo pilastro è l’aiuto umanitario. Naturalmente questo pilastro riguarda più in dettaglio le aree di crisi. Come in Siria, ove oggi è in corso una grave crisi umanitaria; la più grave, a mio parere, dalla fine della II Guerra Mondiale.

 

Lei ha fatto cenno alla Siria. Qual è la posizione svizzera al riguardo[1]?

La nostra politica in Siria si basa su tre priorità. Come accennato prima, uno è l’aiuto umanitario che, sino ad ora, rappresenta il nostro principale sforzo. La seconda priorità è quella di assicurare alla Corte penale internazionale coloro che si sono macchiati di gravi crimini in Siria. Infine, supportiamo attivamente l’azione, svolta dall’inviato ONU Staffan de Mistura e dall’ONU in generale, per riavviare i giusti processi politici.

 

Lo scorso anno è stata adottata la cosiddetta Agenda 2030 con la quale tutti gli stati firmatari, tra i quali la Svizzera, si sono impegnati a contribuire al raggiungimento di 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile entro i prossimi 15 anni. Potrebbe descrivere le misure che la Svizzera intende realizzare per implementare tale Agenda?

A mio avviso, per avere un effettivo sviluppo è necessario che si abbia una “società inclusiva e pacifica”. Se in un paese non c’è, a livello politico, la possibilità per tutti i cittadini di partecipare alla cosa pubblica non si avrà mai un effettivo sviluppo. Per quanto riguarda l’Agenda 2030 è ancora troppo presto per parlare di azioni concrete realizzate dalla Svizzera per attuare al proprio interno le decisioni politiche assunte nell’Agenda stessa. Al momento il processo d’implementazione è appena iniziato.

 

La Svizzera è molto impegnata nel cercare di rinforzare la coesione interna dell’Ucraina, un Paese che è in una crisi profonda dal 2014, anno dello scoppio del conflitto armato. Il 2014 era anche l’anno del turno di presidenza svizzero dell’OSCE. In tale veste la Svizzera ha lanciato varie iniziative per cercare di risolvere il conflitto. Eccellenza, può illustrare tali iniziative e, secondo Lei, esse stanno raggiungendo lo scopo prefissato?

Prima di tutto devo ricordare che la Svizzera, in vista del proprio turno di presidenza dell’OSCE del 2014, aveva preparato con molta cura la propria agenda con tutta una serie di documenti di supporto. Naturalmente, i fatti avvenuti in Ucraina, inattesi per noi così come per tutto il resto del mondo, hanno prodotto un cambiamento radicale sull’agenda prefissata per la conduzione del nostro turno di presidenza.

Per affrontare la questione dell’Ucraina, ritengo che si debba operare su due piani: uno micro ed uno macro. A livello micro il primo punto è riattivare i processi democratici all’interno dell’Ucraina. Al riguardo, molti anni sono stati persi dall’indipendenza ucraina. Il problema è molto grosso. Noi siamo impegnati nell’asset recovery; cioè recuperare tutti quei beni economici e finanziari che i politici ucraini, negli anni precedenti agli eventi di Piazza Maidan, hanno impunemente sottratto alla cosa pubblica.

Altro fondamento della nostra azione in Ucraina è ancora una volta l’aiuto umanitario. Proprio in questi giorni abbiamo inviato un primo convoglio umanitario nella regione del Donbass. Lo scopo principale della nostra azione è quello di ristabilire i collegamenti fisici tra il Donbass e il resto dell’Ucraina e viceversa. Per esempio, ricostruire i ponti che univano il Donbass al resto dell’Ucraina attualmente tutti distrutti oppure ristabilire i collegamenti idrici dai bacini presenti da una parte ai canali di distribuzione presenti nell’altra. Per noi qualsiasi forma di ristabilimento di collegamenti fisici tra le due parti è importante perché può aiutare a superare l’attuale situazione di crisi.

Per quanto riguarda l’implementazione degli accordi di Minsk, il più grande problema da risolvere a livello macro riguarda le relazioni tra la Russia e il resto dell’Europa. Chiaramente quando tali relazioni saranno normalizzate, si normalizzeranno anche le tensioni che investono anche altre terre di mezzo quali: Armenia, Georgia, Bielorussia, Moldova e, naturalmente, la stessa Ucraina.

Per quanto riguarda il processo di Minsk, ricordo che la Svizzera con il proprio team di esperti è il referente per l’adozione delle misure atte a migliorare la situazione umanitaria nel Dombass. Per quanto riguarda le iniziative messe in atto per trovare soluzioni comuni alla crisi in Ucraina, rammento che durante la presidenza svizzera dell’OSCE era stato costituito un panel di esperti con il compito di favorire il dialogo sulla sicurezza tra le regioni Euro-Atlantiche e le regioni Euro-Asiatiche, valutare le minacce potenziali nell’area OSCE ed esaminare potenziali soluzioni comuni.

I lavori del panel sono stati inizialmente rallentati dalla diversa lettura degli avvenimenti occorsi in Ucraina; una offerta dal rappresentante russo Sergey Karaganov e l’altra offerta dai restanti componenti del panel. Ripeto, la crisi ucraina si risolverà solo dopo aver trovato una soluzione ai rapporti tra Russia e resto d’Europa, ovvero il posto della Russia in Europa. Ritengo che per trovare una soluzione a tale problema debbano ancora alternarsi molti paesi alla presidenza dell’OSCE.

 

Costantino Moretti

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[1] Il 16 settembre u.s., sul sito web del Dipartimento federale svizzero per la giustizia e polizia è stato pubblicato il rapporto sull‘impegno profuso dal Paese nella crisi siriana adottato dal Consiglio federale. Il documento è consultabile sulla seguente pagina web: http://www.ejpd.admin.ch/ejpd/it/home/aktuell/news/2016/2016-09-16.html

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