Il Contrammiraglio Maurizio Ertreo intervistato da NdG sul futuro ruolo della Marina Militare

14 febbraio 2012 16:58 0 comments

Il Nodo di Gordio ha intervistato in esclusiva il Contrammiraglio Maurizio Ertreo, Comandante dell’Istituto di Studi Militari Marittimi presso l’Arsenale a Venezia che ha ospitato recentemente l’evento di chiusura del progetto OltreLepanto – dallo scontro di ieri all’intesa di oggi. Un’iniziativa promossa dal Centro Studi “Vox Populi” in collaborazione con il think-tank “Il Nodo di Gordio”.

Al Contrammiraglio Ertreo abbiamo rivolto alcune domande sulle nuove sfide che sta affrontando la Marina Militare sia nel contesto della rinnovata centralità geopolitica nazionale nel Mediterraneo sia sui nuovi fronti della lotta alla pirateria, al fenomeno dell’immigrazione clandestina e dei traffici illeciti.

Il concetto di “Mediterraneo allargato”, ormai sempre più in uso negli studi di geopolitica, come è stato recepito dalla nostra Marina Militare e, soprattutto, quali nuove strategie comporta?

Il “Mediterraneo Allargato” rappresenta da tempo il concetto geopolitico di riferimento per la Marina Militare che la stessa Forza Armata ha contribuito prima a definire e poi a diffondere, grazie all’instancabile opera di alcuni suoi brillanti esponenti. Esso fu formalmente adottato dal Paese e dalla Forza Armata, in particolare, tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta del secolo scorso. In quel periodo alla Nazione ed alla Forza Armata vennero richiesti impegni via via maggiori e più credibili dalla comunità internazionale e dall’Alleanza atlantica in primis, all’interno di quello che sarebbe divenuto il “teatro operativo” di preminente interesse nazionale.

Intorno a tale periodo si andava inoltre rafforzando la vocazione internazionale del Paese in campo sia politico che economico: cresceva il fabbisogno di materie prime, soprattutto quelle energetiche provenienti dai Paesi del Golfo, ed aumentava di pari passo la capacità diplomatica del Paese nei contesti regionali ed internazionali.

In tale periodo la Marina Militare seppe, per la prima volta dopo la fine del conflitto mondiale, avviare con lungimiranza ed audacia un significativo processo di rinnovamento dello strumento aeronavale. Tale sforzo ha consentito di mettere campo una forza versatile e credibile a livello internazionale ed operare efficacemente in tutte le crisi che interessarono il bacino mediterraneo ed i propri accessi, sia nel corso della Guerra Fredda, sia nel corso delle successive crisi regionali, fino ad arrivare agli attuali impegni internazionali.

Oggi la popolosità dell’area, la presenza di strozzature geografiche strategiche (choke points) e di cruciali rotte commerciali, rendono questa parte del mondo particolarmente vulnerabile ad ogni minaccia: terrorismo, immigrazione clandestina, traffici illeciti, inquinamento intenzionale, pirateria, proliferazione di armi di distruzione di massa sono solo quelle più attuali.

A ciò si assomma la crescente frattura geopolitica e geoeconomica tra le due sponde del bacino, caratterizzate da tassi di sviluppo, accesso alle risorse, livelli di democratizzazione e capacità di governance profondamente differenti che spingono i diversi attori presenti nell’area mediterranea ad una crescente tensione per lo sfruttamento delle sempre più risicate risorse.

Il Mare Mediterraneo ed i suoi accessi vanno quindi considerati ben oltre la semplice funzione collegamento tra due oceani, risultando di fondamentale importanza per la sicurezza globale che richiede un nuovo approccio strategico per la difesa del “bene comune” e per il mantenimento di un ambiente scevro da tensioni e conflittualità. 

L’Italia, grazie alla posizione centrale nel bacino mediterraneo, ha sempre esercitato un importante ruolo per la creazione di un’area di pacifico scambio, di dialogo e di cooperazione in tale contesto. Per una pacifica convivenza delle due sponde mediterranee è indubbiamente necessario implementare tale approccio strategico secondo una rinnovata e condivisa formulazione del dialogo e della cooperazione tra i paesi rivieraschi che insistono sul cruciale sistema regionale.

In tale ambito, la Marina Militare, in linea con l’indirizzo adottato dal Paese, è da sempre particolarmente attiva, sia nello sviluppo di iniziative ad ampio respiro, promosse a livello politico, sia attraverso l’ideazione di forme innovative di cooperazione del tipo “Navy to Navy”.

La crisi del Maghreb e, soprattutto, il conflitto in Libia hanno posto nuovamente al centro dell’interesse il ruolo Mediterraneo dell’Italia. Come dovrebbe il nostro Paese interpretarlo? E ancora, cosa viene richiesto dalla situazione alla nostra Marina Militare?

Gli eventi in corso nei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, imprevedibili sino a pochi anni fa, hanno assunto sviluppi significativi e tuttora indefiniti che hanno richiesto un aggiornamento della European Security Strategy ed una rielaborazione dello stesso Concetto Strategico della N.A.T.O.. Ciò comporterà un impegno operativo di grande intensità per tutte le forze coinvolte, militari e non, necessario a fronteggiare adeguatamente le sfide dei prossimi anni.

Il nostro Paese è consapevole che gli scenari futuri dipenderanno fortemente dal carattere delle nuove relazioni euro-mediterranee che riusciranno ad essere implementate sia lungo le direttrici Nord-Sud che Est-Ovest del Mediterraneo. Qui nei prossimi anni, al perdurare della scarsità di risorse e della crisi economica, si sommerà la crescita di nuovi peercompetitors che imporranno un profondo rinnovamento dell’organizzazione e degli strumenti operativi d’intervento economico, in primis, ma anche politico e sociale.

Al fine di garantire la chiara comprensione dell’evoluzione della situazione geopolitica in atto nell’area mediterranea, già da qualche anno alla Forza Armata è richiesto un potenziamento delle capacità di sorveglianza marittima. Difesa e sorveglianza marittima integrata continuano, infatti, a rappresentare i principali compiti assegnati alla Marina Militare, compiti che la Forza Armata assolve sfruttando ogni opportunità di cooperazione, sia in ambito nazionale (attraverso l’Approccio Multi-Dimensionale, peraltro recentemente definito a livello congiunto tra i Ministeri Esteri-Difesa), sia presso i differenti consessi internazionali nei quali è coinvolta.

Le funzioni primarie assegnate alla Marina quindi non sono, di fatto, mutate e ragionevolmente non muteranno nel prossimo futuro ma il momento particolarmente intenso e travagliato dal punto di vista economico, richiede un impegno straordinario a tutti i livelli, che ribadisce la centralità del dominio marittimo per la sicurezza e la salvaguardia degli interessi della Nazione e della Comunità Internazionale.

L’Italia ha un’antica, e gloriosa, tradizione marinara, alla quale, però, non sembra corrispondere oggi una adeguata cultura “geopolitica marittima”. Cosa si dovrebbe fare, a Suo avviso, per sensibilizzare soprattutto il mondo istituzionale su questi temi?

Il nostro Paese, la cui vocazione marittima è fuori discussione con i suoi 8.000 km di coste, la 13^ flotta mercantile su scala globale, il 2% ca del PIL derivante dal comparto marittimo nazionale (cosidetto cluster marittimo). Purtroppo spesso la consapevolezza della “marittimità”, intesa come tutto ciò che contribuisce al benessere ed al progresso della nazione e che proviene dal comparto marittimo, è spesso deficitaria. In Italia, infatti, come del resto anche in altri Paesi rivieraschi occidentali, si nota come: 

  • le professioni marittime sono penalizzate dalla concorrenza dei più sicuri e meglio pagati impieghi e non attraggono molto i giovani italiani, ad esempio, verso gli istituti nautici o le facoltà d’ingegneria navalmeccanica o delle c.d. scienze nautiche;
  • le flotte mercantili “fuggono” nelle “compagnie di convenienza” o nei registri off-shore per sfruttare i vantaggi da questi offerti;
  • la cantieristica nazionale non beneficia più degli storici “sostegni” governativi (come, ad esempio, la costruzione di naviglio militare in periodi di crisi del comparto mercantile – strumento delle c.d. “leggi navali”) e tende sempre più ad essere inserita in corporates internazionali;
  • il sistema portuale nazionale non è efficacemente supportato da importanti arterie (autostradali e ferroviarie) e poli logistici necessari alla processazione delle merci ed al loro instradamento lungo i corridoi continentali e, pertanto, soccombe alla competitività degli analoghi sistemi nord-europei;
  • anche lungo gli 8.000 chilometri di litorale, l’italico campanilismo è una ben radicata tradizione, certamente sinonimo di valore aggiunto per le specificità delle diverse località del nostro Paese ma che non sempre favorisce le sinergie, necessarie soprattutto oggi, per il decollo dell’imprenditoria portuale nazionale.

Compito del mondo istituzionale, quindi, dovrebbe forse essere quello di “rimettere a sistema” tutto il microcosmo che compone il comparto marittimo nazionale (seguendo peraltro i suggerimenti che in tal senso provengono dall’UE), incentivando la riscoperta della centralità geopolitica nazionale nel Mediterraneo. Ciò dovrebbe auspicabilmente avvenire soprattutto attraverso la sua promozione culturale nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca scientifica (non solo quella di “alto livello” ma anche quella più “operativa”, legata al comparto industriale e dei servizi e da questi auspicabilmente in parte sostenuta) in contesti anche trans-nazionali.

La creazione di poli d’eccellenza (imprenditoriali e formativi), inoltre, in aree di “alta vocazione marittima” potrebbe rilanciare le professioni marittime ed attrarre cospicui finanziamenti: stime parlano di rapporti 1/6-7 tra il capitale investito e le rendite derivanti dallo sviluppo della “portualità” di alcuni sorgitori nazionali. Esempi nazionali in tal senso sono la nautica da diporto ed il comparto mega-yacht o crociere che hanno saputo riconvertire importanti comparti della cantieristica italiana, con ricadute positive sull’occupazione ma soprattutto mantenendo alto il know-how nazionale in campo marittimo e navale, vera “arma vincente” per le sfide sui mari di domani.

Al di là dell’ambito Mediterraneo, quale ruolo tocca oggi sugli scenari globali alla nostra Marina? E quale ruolo, ed impegno potrebbe spettarle ed esserle richiesto nel futuro?

La globalizzazione impone che il mare rimanga un luogo sicuro e un patrimonio fruibile liberamente dalla collettività internazionale per ogni tipo di attività lecita. Compito delle Marine è e sarà quello di garantire tale libertà di accesso in contesti locali, regionali o globali, presumibilmente sempre di più all’interno di dispositivi internazionali (coalizioni) al fine di condividere gli sforzi e gli oneri degli impegni.

La Marina Militare sta già operando in tali contesti, non solo per esigenze nazionali ma anche e soprattutto in virtù di impegni che l’Italia ha assunto come paese membro della N.A.T.O. e dell’U.E.. Il contributo della Forza Armata potrebbe apparire limitato, in termini di mezzi e di uomini, ma pur sempre credibile, grazie all’efficacia e alla versatilità d’impiego degli stessi. Esempi da citare sono le operazioni di anti-pirateria in corso nel Corno d’Africa, d’interposizione, presenza e sorveglianza nel Mar Rosso (all’interno del Multinational Force and Observers di stanza in Sinai) o nelle acque “domestiche”, in operazioni di supporto alla comunità marittima (ad esempio nella ricerca e soccorso (SAR – search and rescue) nei mari metropolitani), sorveglianza e di controllo delle Linee di comunicazione marittima mediterranee (Mediterraneo Orientale, Canale di Sicilia), ecc.

Il futuro richiederà certamente un potenziamento delle capacità di sorveglianza tridimensionale degli spazi marittimi nelle aree di preminente interesse nazionale, quali il “Mediterraneo Allargato”. Questa capacità sarà condizione necessaria ad implementare concretamente la Maritime Security in tali teatri.

A ciò dovrà seguire una capacità d’intervento “sul mare e dal mare” adeguata e flessibile che sappia adattarsi con versatilità ad ogni circostanza operativa, che possa agire in profondità con tempestività, efficacia e precisione e che sappia opportunamente graduare l’intensità della risposta.

Non si tratta certamente di ruoli e di missioni nuove per la Forza Armata, quanto piuttosto di rinnovate capacità di apprezzamento e conoscenza delle dinamiche conflittuali e di più celeri processi decisionali per la scelta e l’implementazione di opportune misure, secondo approcci condivisi in ambito interforze ed inter-agenzia.

 

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