Chi vince e chi perde in Siria

29 ottobre 2014 16:18 1 comment

Riflessioni politiche sugli interventi in Siria e Iraq

Si è tutti così incredibilmente concentrati a pensare all’avanzata delle truppe di Al-Baghdadi che talvolta si smette di riflettere sui processi politici che stanno mettendo in moto la controffensiva. Volendo fare un breve ma importante excursus di quanto è accaduto, bisogna partire dallo scoppio della guerra civile in Siria. Da quando l’opposizione al governo di Damasco ha iniziato a raccogliere consensi (e armamenti) internazionali, preparando, forse troppo prematuramente, il “dopo-Assad”, diversi Stati del globo hanno mostrato il loro appoggio politico a questo processo di “transizione democratica e moderata” facente parte a pieno titolo delle “Primavere Arabe”. Quando le truppe dell’esercito siriano hanno dimostrato la loro organizzazione e preparazione, resistendo e riconquistando territorio grazie anche agli aiuti provenienti dal Libano e dall’Iran, gli Stati che appoggiavano l’opposizione “democratica e moderata” hanno iniziato a richiedere a gran voce l’intervento “internazionale umanitario” in Siria. Davanti ai niet di Mosca e Pechino, i Paesi arabi del Golfo hanno aumentato in maniera consistente il loro appoggio economico e logistico ai gruppi anti-Assad. Sebbene il flusso di armi e di finanziamenti abbia riguardato tutte le fazioni di ribelli, alcune di queste sono state più capaci di altre a sfruttare le risorse, il territorio e la contingenza politica a proprio favore.

Qui entra in gioco l’ISIL che per mancanza di spazi utili in Siria e dopo essersi inimicato Al-Nusra a causa dei metodi poco ortodossi utilizzati sul campo di battaglia, ha deciso di spostarsi verso l’Iraq. La scelta di invadere il nord e l’ovest del Paese è stata assolutamente vincente in quanto l’impreparazione militare dell’esercito iracheno e il malcontento politico e sociale delle popolazioni del nord a maggioranza curda e sunnita hanno reso la conquista di questo grosso scatolone di petrolio e sabbia quanto mai facile. Consolidato il controllo di Erbil e Mosul e alzate le barricate a poche decine di chilometri da Baghdad, l’ISIL si è spostato di nuovo verso la Siria scontrandosi con le truppe peshmerga e con l’esercito siriano. In questa confusione, Stati non formalmente e direttamente coinvolti nella guerra in Medioriente, hanno approvato in fretta e furia, talvolta prima di discuterne all’interno delle Nazioni Unite1, l’intervento militare in Siria e Iraq. Alla chiamata alle armi statunitense hanno risposto ventiquattro Paesi che hanno aderito in maniera diversa all’operazione militare contro il DAESH2.

SYRIA-CONFLICT

(BULENT KILIC/AFP/GettyImages)

Se è vero che l’autodeterminato Stato Islamico dell’autoproclamato califfo Al-Baghdadi somiglia molto di più ad uno Stato Talebano 2.0 piuttosto che a una qualsiasi cellula terroristica, è vero anche che il territorio occupato dall’ISIL appartiene formalmente a due Stati sovrani. Se nel caso dell’Iraq vi è stata l’esplicita richiesta di intervento internazionale per fiaccare l’ISIL3 (benché Baghdad non volesse la partecipazione dei Paesi arabi4), nel caso siriano non c’è lo stesso tipo di volontà5. Alla voce del governo siriano hanno fatto eco le dichiarazioni di Mosca che ha invitato ad una maggiore condivisione internazionale delle operazioni in Medioriente6, dichiarando che i bombardamenti sul suolo siriano sono una violazione del diritto internazionale7. Il punto d’inizio della riflessione che si dovrebbe fare circa l’intervento in Siria dovrebbe partire proprio da questa considerazione: la politica internazionale americana (e di molti suoi alleati) di “due pesi e due misure” è ignorata dai media che utilizzano efficacemente (ma inconsciamente) il registro e i vocaboli della politica. L’ISIL non è a tutti gli effetti uno “Stato”8 e se, come dice il Ministro degli Esteri francese Fabius9, l’ISIL non bisogna chiamarlo “Stato Islamico” perché non è uno Stato ma un gruppo terroristico, allora a maggior ragione l’intervento militare è una palese violazione della sovranità nazionale siriana. Quello che però il ministro Fabius ignora è che utilizzare la locuzione “Stato Islamico” oltre che dare una connotazione (illegittimamente) religiosa al califfato, legittima l’ISIL come un interlocutore politicamente –ma non giuridicamente- statale a cui poter dichiarare guerra per tutelare la “sicurezza internazionale” o quella dei singoli Stati coinvolti10. Considerati i precedenti tentativi degli Stati Uniti di intervenire contro il regime di Assad attraverso risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza, l’intervento contro lo Stato Islamico rappresenta un’ottima occasione per raggiungere questo obiettivo11.

D’altronde, anche Luttwak, più di un anno fa, aveva dichiarato che la situazione di caos in Siria era quella ideale per gli Stati Uniti12 per cui se il governo di Damasco avesse preso il sopravvento sui ribelli, si sarebbe trovato un modo per armare questi ultimi, e viceversa se i ribelli, come nel “caso ISIL”, avessero preso il sopravvento nella regione, ci si sarebbe adoperati per “contenerli”. Non è un caso se tra i primi obiettivi americani ci sono state le raffinerie petrolifere siriane sotto controllo jihadista13 che finora erano state preservate dall’esercito siriano in vista di un possibile recupero in futuro. L’indebolimento delle forze di Al-Baghdadi va di pari passo all’impoverimento per mezzo militare della possibilità siriana di rinascere sulle ceneri della guerra civile e all’alimentazione del caos in Medioriente, dove si è definitivamente passati da una strategia di “esportazione della democrazia” ad una di “esportazione del failed State” seguendo esattamente quanto fatto in Jugoslavia (Bosnia), Somalia, Afghanistan e Libia –non è dato sapere se questa strategia è pianificata o è più frutto del trionfo delle “conseguenze inintenzionali sulle azioni intenzionali”.

È facile comprendere come quella del “califfato” è l’occasione giusta per Washington di far volgere gli eventi siriani verso l’esito da loro sperato, mentre è una difficile prova per la materializzazione delle speranze di Mosca che sono ancora rinchiuse nelle sfarzose sale del multistellato albergo di Montreaux. Chi invece continua a perdere influenza politica nella regione è la Turchia che se fino a qualche mese prima dello scoppio della guerra civile stava conquistando la Siria (e i siriani) a colpi di soft power, ora non solo ha contro di sé il regime di Assad (e molti siriani) ma si trova a combattere contro coloro i quali aveva stretto buoni rapporti durante la guerra civile e in una posizione a dir poco difficile nel gestire il proprio rapporto con i curdi14; tutto questo a vantaggio di Teheran che vede rafforzata la sua alleanza con Damasco e cerca di difendere la propria influenza in Iraq15. I Paesi arabi del Golfo, dal canto loro, per contrastare il protagonismo regionale iraniano, devono in qualche maniera combattere i loro “fratelli sunniti” che cercano di sopraffare “l’apostasia sciita” nella regione, giustificando alla propria debole opinione pubblica la loro incomprensibile posizione. I Paesi europei e mediterranei sono i grandi assenti politici su questo fondamentale quadrante: se da un lato si conferma l’interventismo dell’asse Londra-Parigi davanti ad un più mite e diplomatico asse Roma-Berlino, questi sono costretti ancora una volta a raccogliere le briciole di questo Grande Gioco combattuto all’ombra dell’alleato americano.

Marcello Ciola

Associate analyst

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1 Come nel caso americano. V. Richardson, Obama needs no U.N. approval to order airstrikes in Syria, ambassador says, Washington Times, 21 settembre 2014. http://www.washingtontimes.com/news/2014/sep/21/ambassador-says-obama-has-legal-basis-conduct-airs/?page=all.

2 Alle operazioni militari parteciperanno: Stati Uniti (ruolo di leader della coalizione), Regno Unito, Belgio, Francia, Canada, Danimarca, Olanda e Turchia. Supporto logistico sarà offerto da: Albania, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Australia, Finlandia. Parteciperanno separatamente alla coalizione: Iran, Al-Nusra, i dissidenti di Ansar Al-Islam e i gruppi curdi di Iraq, Turchia e Iran. DAESH è l’acronimo arabo per indicare l’ISIL.

3 Al-Arabiya, Iraq requests U.S. airstrikes against militants, 18 giugno 2014. http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/06/18/Iraq-requests-U-S-airstrikes-against-militants-FM.html.

4 Analisi Difesa, Australia e Turchia nella coalizione, l’Iraq non vuole gli arabi, 2 ottobre 2014. http://www.analisidifesa.it/2014/10/australia-e-turchia-nella-coalizione-baghdad-non-vuole-gli-emirati/.

5 Inga Michaeli, Do Syrians support US airstrikes in Syria?, Al-Monitor, 19 settembre 2014. http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/09/syria-isis-srf-iran-russia-unga.html#.

6 Itar-Tass, Russia condemns terrorist act in Syria, urges to resume political peace process, 2 ottobre 2014. http://en.itar-tass.com/russia/752493.

7 Scott Stearns, Russia: US Airstrikes in Syria Violate International Law, Voice of America, 26 settembre 2014. http://www.voanews.com/content/russia-us-airstrikes-syria-violate-international-law/2463923.html.

8 Soprattutto se lo si considera dal punto di vista del diritto e, in particolare, alla luce dell’Art.1 della Convenzione di Montevideo del 1933.

9 Wassim Nasr, French govt to use Arabic ‘Daesh’ for Islamic State group, France24, 18 settembre 2014. http://www.france24.com/en/20140917-france-switches-arabic-daesh-acronym-islamic-state/.

10 Stati che a più riprese sono stati minacciati dall’ISIL.

11 Obiettivo mai celato dai vertici politici americani. Real Clear Politics Video, Samantha Power: U.S. Aid Will Help Syria Rebels Fight ISIS And Assad, 21 settembre 2014. http://www.realclearpolitics.com/video/2014/09/21/samantha_power_us_aid_will_help_syria_rebels_fight_isis_and_assad.html.

12 Edward N. Luttwak, In Syria, America Loses if Either Side Wins, The New York Times, 24 agosto 2013. http://www.nytimes.com/2013/08/25/opinion/sunday/in-syria-america-loses-if-either-side-wins.html?smid=fb-share&_r=2&pagewanted=print%201/3&.

13 Ryan Lucas, U.S.-Led Airstrikes Target ISIS-Controlled Oil Refineries For 2nd Day, The World Post, 26 settembre 2014. http://www.huffingtonpost.com/2014/09/26/us-syria-airstrikes_n_5886168.html

14 Che invocano l’intervento turco per difendere le loro posizioni in Siria contro l’ISIL, in cambio del mantenimento della tregua con il governo di Ankara.

15 Non solo tramite l’intervento dei pasdaran ma anche attraverso il compromesso politico che ha visto l’esclusione dell’odiatissimo Al-Maliki in favore di un più mite Al-Abadi.

Marcello Ciola

Nato a Ostuni (BR) il 2 luglio 1989. Nel novembre 2011 ottiene la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma con una tesi dal titolo “I nazionalismi irlandesi tra il 1900 e il 1945 e le relazioni con la Germania” (relatore: Prof. Francesco Perfetti). Nell’aprile del 2014 consegue la laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli con voto di 108/110 con una tesi dal titolo “La Shanghai Cooperation Organisation. Prospettive di un nuovo Great Game” (relatore: Prof. Miodrag Lekic). Ha partecipato a diverse summer school sui temi dell’Europa, della geopolitica, delle relazioni internazionali tra cui la scuola post-laurea dell’ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano- su Analisi delle Relazioni Internazionali. Ha organizzato diversi seminari e panel nazionali e internazionali tra cui “Da Impero a Repubblica. La Turchia tra passato ottomano e futuro globale” in collaborazione con l’Ambasciata Turca presso la Repubblica Italiana, Limes e il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli. È membro del direttivo dell’associazione culturale “Identità Europea” e membro fondatore del “Centro Studi Mediterranean Affairs”. Collabora con il Think Tank Il Nodo di Gordio dal 2013.

1 Comment

  • Egregio Ciula,
    la sua analisi manca di riflessione storica. Bisogna ben meditare sulla reale presenza dei tradizionali schemi mentali e abitudini delle popolazioni coinvolte nel conflitto, e poi l’evolversi della mentalità delle popolazioni rispetto all’integralismo islamico, che non è detto sia accettato dalle stesse, ormai, visti i decenni di contatti con altre culture anche tramite i media e le emigrazioni per lavoro. La realtà è forse assai più semplice: gli integralisti sono una reazione alla relativizzazione delle loro stesse posizioni da parte dell’uomo comune musulmano.

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