Chi ride, chi piange…Come sarà la politica estera di Trump

11 novembre 2016 17:32 0 comments

Chi ride, chi piange…Come sarà la politica estera di Trump

Difficile prevedere, a poche ore dal risultato elettorale, quale potranno essere le linee della politica estera dell’Amministrazione Trump. Molto più arduo che se alla Casa Bianca si fosse insediata la Clinton, le cui strategie sarebbero, con ogni probabilità, andate a continuare la politica sostenuta quando era Segretario di Stato durante il primo mandato di Obama.

 

Diversi i nomi per gli affari esteri

Per capire qualcosa di più di Trump – che degli esteri ha davvero parlato poco durante la campagna elettorale – dovremo, dunque, attendere alcune nomine chiave del futuro governo: il Segretario alla Difesa, il Consigliere per la Sicurezza e, soprattutto, il Segretario di Stato. La cui scelta rappresenta sempre un indicatore fondamentale per leggere la futura politica estera di un Presidente. Infatti, se a Foggy Bottom dovesse insediarsi un vecchio conservatore come Newt Gingich o un grande petroliere come Forrest Lucas – entrambi grandi sostenitori della campagna di Trump – le cose prenderebbero un indirizzo ben diverso che se vi venisse chiamato un diplomatico esperto come John Bottom, già ambasciatore all’ONU con George W. Bush e considerato molto vicino ai neoconservatori. Voci insistenti danno, in queste ore, per probabile la nomina del senatore del Tennessee Bob Corker, forse l’uomo più vicino, come visione ideologica e del mondo, al nuovo Presidente. Insomma uno scenario che richiede ancora qualche giorno per essere decifrato.

Tuttavia è possibile cominciare a comprendere qualcosa non guardando alla Presidenza Trump nell’esclusiva ottica di Washington, ma prestando attenzione alla reazione delle Cancellerie internazionali a fronte del trionfo del magnate newyorkese. In pratica, leggendo dietro alle frasi di circostanza, si possono afferrare attese e timori tanto dei partner quanto dei competitor degli States.

 

Le reazioni internazionali alla vittoria di Trump

Naturalmente è al limite dell’entusiasmo la reazione di Mosca. Hillary avrebbe ulteriormente allargato il fossato che divide il Cremlino dalla Casa Bianca, riportando venti di Guerra Fredda in tutto il mondo. Trump fa presagire, invece, un netto miglioramento dei rapporti. In primo luogo perché decisamente contrario all’allargamento della NATO verso Est e a lasciarsi invischiare in conflitti, come quello ucraino, che danneggiano gli interessi economici statunitensi, la cui tutela non può non essere il principale obiettivo di un uomo che, come The Donald, viene dal mondo degli affari. In poche parole, per l’attuale establishment anti-russo di Kiev sta suonando la campana a morto; e Varsavia e Riga non dormono, certo, sonni tranquilli. Poi c’è la questione siriana. Hillary minacciava una “No Fly Zone” su tutta la Siria, che andava nella direzione di bloccare l’appoggio russo ad Assad, spianando la strada ai ribelli. Trump, debellato lo Stato Islamico, intende al più presto ritirarsi da tutta la regione siro-irakena, non lasciandosi impelagare negli inevitabili conflitti etnici e religiosi per la ridefinizione degli equilibri dell’area. Musica per le orecchie di Vladimir Putin.

E musica anche per le orecchie del Presidente turco Erdogan, che vede tramontare la minaccia di una Washington sostenitrice della causa dei curdi siriani, e fautrice di un Kurdistan siro-irakeno unito e indipendente, che sarebbe inevitabilmente diventato la retrovia per i terroristi/indipendentisti del PKK che operano in territorio turco. Inoltre Trump ha decisamente condannato – a differenza degli ambigui Clinton ed Obama – il fallito golpe del 15 Luglio scorso; cosa che Erdogan ha ricordato, facendo chiedere subito dal suo Primo Ministro l’estradizione di Fetullah Gülen, il leader politico-religioso e tycoon dei media che vive in Pennsylvania e che viene considerato il regista occulto del tentativo di colpo di Stato. Inoltre Trump vuole, notoriamente, che gli alleati della NATO si addossino maggiori oneri e responsabilità. Un incubo per Parigi e Berlino, ma non per Ankara, che vede finalmente delinearsi la prospettiva di una leadership geopolitica regionale cui aspira da tempo, e che l’Amministrazione Obama ha sempre contrastato.

Restando nel Grande Medio Oriente, un altro che sembra aver gioito è il Rais egiziano al-Sisi. Trump alla Casa Bianca significa la fine di ogni Primavera Araba. Primavere di cui Obama era stato uno dei patroni, anche e soprattutto per influenza dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton. Per altro al Cairo si vede, probabilmente, la possibilità che la nuova Casa Bianca smetta di sostenere al-Sarraj in Libia, aprendo la strada all’affermazione del generale Haftar, l’uomo forte di Tobruk, sostenuto da al-Sisi. Per Trump potrebbe trattarsi di una scelta coerente sia con la volontà di evitare ulteriori coinvolgimenti americani nel ginepraio arabo, sia con una (probabile) strategia volta a far perno su alleati regionali capaci – come l’Egitto – di mettere in sicurezza e controllare un’intera regione.

Cauta Teheran. Trump ha sempre criticato gli accordi di Ginevra e intende rinsaldare le relazioni, duramente messe alla prova dalla politica di Obama, con Gerusalemme. Tant’è vero che Bibi Netanyahu è stato fra i primi a congratularsi, con sincerità, con il nuovo Presidente. Tuttavia Rohani è un uomo d’affari esattamente come il suo neo-collega statunitense. E la politica che sta imprimendo al suo Iran va più nella direzione degli accordi economici che in quella dei contrasti politico-ideologici. Insomma, due pragmatici che, alla fin fine, potrebbero trovare una base su cui intendersi. Anche perché Trump, notoriamente, non si fida dei Sauditi e non intende più appoggiare le loro iniziative, come quelle in Siria e Yemen. E Teheran e Riyadh sono storici rivali ideologici e geopolitici.

Attendiste le reazioni di Pechino. I cinesi vedevano come il fumo negli occhi il rischio di una Presidenza Clinton, visto che Hillary, da Foggy Bottom, si era molto adoperata per creare un sistema di alleanze tra Oceano Pacifico ed Oceano Indiano, volto a fare da “cintura di contenzione” all’espansione marittima dell’antico Impero di Mezzo. Anche Trump, però, è sempre stato critico sulla politica economica cinese, accusando Pechino di poca correttezza nella gestione del cambio monetario. Tant’è che si potrebbe sospettare che il riavvicinamento – ormai quasi certo – fra Washington e Mosca possa avere, tra gli altri, anche l’obiettivo di “circondare” Pechino, costringendola a recedere almeno in parte dalla strategia del “Filo di Perle”, ovvero la Via della Seta Marittima che mette in discussione l’egemonia statunitense sui due Oceani caldi. Tuttavia, la strategia fondamentale della Cina è volta pur sempre nella direzione di un’espansione – la meno conflittuale possibile – dei commerci, e questo è un linguaggio che Trump comprende, certo, molto meglio della Clinton. Non impossibili, dunque, nuove sintonie fra Casa Bianca e Città Proibita. Anche perché non va mai dimenticato che i fondi cinesi controllano una cospicua fetta del debito pubblico americano.

 

Scomposte le reazioni europee. Per l’Italia una buona occasione

Infine l’Europa e le reazioni dei Leader del Vecchio Mondo. Desolanti e desolate. Fa eccezione, naturalmente, Londra, che, anzi, gioisce. Trump non ama l’Euro e non ama la UE: prevedibile, dunque, un rinsaldarsi del vecchio “rapporto privilegiato”, favorito dalla Brexit, più volte esaltata da neo-presidente. E poi, a ben vedere, Trump e il Ministro degli Esteri britannico Boris Jhonson si assomigliano alquanto nello stile. Che non è cosa da poco….Penosa, invece, la lettera a Trump di Junker e Tusk, indice della pochezza della Commissione Europea. Indecorose le dichiarazioni di Hollande, imbarazzanti quelle della Merkel. Per Parigi e Berlino è venuta l’ora di assumersi oneri e responsabilità, senza più attendere che venga Washington a cavare dal fuoco le castagne che loro hanno provveduto a gettarvi. Come in Libia ed Ucraina.

Con Trump l’Asse Borgognone che (S)governa la UE e i Burosauri di Bruxelles ben difficilmente troveranno simpatie e sponde a Washington. Una buona occasione, a ben vedere, per l’Italia. Renzi è apparso misurato. Bene lo smarcarsi dal vergogno spettacolo offerto da Merkel ed Hollande, ma meglio ancora sarebbe superare ogni ubbia – soprattutto quelle che provengono dai radical chic che arricciano il naso davanti a Trump – ed affrettarsi a stringere rapporti privilegiati con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Trump avrà bisogno di amici in Europa…e l’Italia di un forte appoggio in previsione dello sconquasso che potrebbe travolgere la “zona Euro”.

 

Andrea Marcigliano
Senior Fellow

Andrea Marcigliano

Andrea Marcigliano è nato a Mestre-Venezia il 28-12-1957. Saggista e scrittore da anni collabora a giornali e riviste culturali, occupandosi (prevalentemente) di filosofia politica e scenari geo-politici internazionali. Accanto a questo mantiene vivi i suoi interessi più squisitamente letterari e filosofici, visti gli ormai antichi studi di Lettere Classiche – a Trieste, con laurea in Storia delle Religioni – ed il fatto che insegna Italiano e Latino nel Liceo. Saggista e scrittore, ha pubblicato “Segni del Tempo”, “I figli di Don Chisciotte”, “Ritorno ad Atene”, “Il suicidio della Destra” (e-book); ha collaborato a numerosi volumi di studi, tra i quali ama ricordare “Ezra Pound perforatore di roccia”, “Jünger cioè il coraggio”; “Ideario europeo”, “Studi su Fernando Pessoa”. Suoi scritti sono apparsi in inglese, russo, spagnolo, portoghese, turco, azero e kazako. È Senior fellow del think Tank di Studi Geopolitici “Il Nodo di Gordio”, e collabora all’omonima rivista ed al Web Magazine. Per il Centro studi “Vox Populi” ha già collaborato ai volumi: “Imperi delle Steppe”, “Porte d’Eurasia”, “La profondità strategica nel pensiero di Ahmet Davutoglu”, “Viandanti fra due mondi”, “Da Bajkonur alle stelle. Il Grande Gioco nello spazio”, “La chiesa apostolica Albana” e, con Ermanno Visintainer scritto a quattro mani “L’Aquila nel Sole”, di cui è in corso di pubblicazione l’edizione russa. Vive a Roma.

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