Anteprima dell’intervista a Stefania Craxi da “Mari che Uniscono”

22 luglio 2015 11:27 0 comments

Pubblichiamo una breve anticipazione dell’intervista all’On. Stefania Craxi su Mediterraneo, Medioriente e sul ruolo diplomatico dell’Italia in Nord Africa. L’intervista integrale è in uscita con il n. 8 della rivista quadrimestrale “Il Nodo di Gordio”: Mari che uniscono. Italia e Turchia pilastri del Mediterraneo.



La situazione del Mediterraneo dopo le Primavere Arabe appare in continua metamorfosi e, soprattutto, di difficile decifrazione. In particolare si fatica a trovare il modo per governare le crisi che, ogni giorno, esplodono e si moltiplicano. Secondo Lei cosa si dovrebbe/potrebbe fare? E, in particolare, cosa dovrebbe fare l’Italia?

Stefania-CraxiInnanzitutto bisogna dire che non è questa una condizione insolita. Il Mediterraneo è dalla notte dei tempi uno scenario inquieto, in perenne movimento ed in continua evoluzione. Il primo problema è quindi quello di capire le trasformazioni ed i mutamenti che intercorrono, non farsi prendere alla sprovvista com’è avvenuto nel recente passato e, soprattutto, bisogna adoperarsi affinché l’Europa torni a guardare con una visione prospettica, e non solo emergenziale, al Mediterraneo. Non è un caso se le politiche euro-mediterranee sono state marginali, se non totalmente assenti, dall’agenda comunitaria. Oggi raccogliamo i cocci di questa inaudita scelta ma Bruxelles farebbe bene a ricordare che nella storia dell’umanità il “mare nostrum” ha da sempre decretato i destini delle potenze mondiali. L’Italia ha tutto l’interesse a favorire un processo di tale natura. Riacquisterebbe centralità, ruolo e funzione che in quest’Europa, con il cuore e la mente lontani dal Mediterraneo, non ha.

 

Tunisia, Libia, Egitto… È stata davvero saggia una politica, americana ed europea, che ha portato alla defenestrazione dei vecchi Rais?

L’Occidente ha compiuto un grande errore abbandonando gli alleati di ieri e, come prevedibile, le “primavere arabe” hanno fatto venire a galla tutte le criticità rimaste sommerse negli anni in cui nel bacino mediterraneo vigeva un sostanziale status quo.

Avremmo dovuto pretendere, a fronte di crescenti rapporti economici con questi Paesi, un graduale processo di democratizzazione, ma abbiamo preferito voltare lo sguardo altrove. Personalmente, resto convita, oggi come ieri, che sulle “Primavere” abbia pesato e continui a pesare la volontà di taluni di porre un freno allo sviluppo economico della regione euro-mediterranea. Ad ogni modo l’Europa deve smettere di delegare a terzi la difesa dei propri interessi e la propria politica. L’Ue post Maastricht, vuoi perché non interessata, vuoi per le note debolezze strutturali, non è mai riuscita, di fatto, a promuovere prosperità, stabilità e sicurezza nel Mediterraneo. Questa scelta, non solo ha prodotto un grave danno in termini di centralità politica ed economica per l’Italia, ma ha fatto si che diventassimo i ricettori privilegiati, vista anche la nostra posizione geografica, delle contraddizioni e delle crescenti problematiche dell’intera area senza poterne coglierne al contempo, nei periodi di quiete, le grandi opportunità che si presentavano.

 

L’avanzata dell’Islamismo radicale sta spingendo Washington a riaprire il dialogo con l’Iran. Cosa comporterà questo negli equilibri complessivi del Grande Medio Oriente? E cosa, in particolare, per gli interessi italiani?

La scelta di Obama è giusta e saggia. Prende atto della necessità di creare il più ampio fronte possibile nel contrasto ai movimenti del terrore, partendo in primo luogo dalle realtà in cui questi possono trovare, per una molteplicità di fattori, un terreno assai fertile. E’ quindi fondamentale che l’Occidente non si chiuda e non diventi ostaggio delle sue pur comprensibili paure, e soprattutto, non scambi una guerra contro il terrorismo islamico, un fenomeno che richiede una risposta forte e netta, con una guerra di religione. Sembra un concetto banale, ma è un pericolo reale che non vedo scongiurato. E’ necessario capire che la guerra portata dal radicalismo islamico non è solo una guerra “asimmetrica” in senso militare ma lo è anche in senso culturale. Serve quindi anche un cambio nei toni e nei linguaggi. Per questo motivo penso che le posizioni di Netanyahu, al netto dei timori legittimi di Israele, non agevolino un percorso di stabilizzazione dell’area mediorientale i cui conflitti, se non sedati, non faranno altro che acuire e fare da sponda alle posizioni più settarie, massimaliste e minoritarie che inneggiano alla jihad. Il dialogo con l’Iran, il rafforzamento degli attori e delle posizione più moderate e democratiche che operano al suo interno, coglie questa esigenza e pone le basi per la risoluzione dei restanti conflitti regionali. La conclusione positiva di questi negoziati sancirebbe quindi un salto di qualità nei rapporti tra la vasta area del Grande M.O. e l’Occidente di cui, l’Italia, potrebbe trarne un grande beneficio. Peccato che alcune lobby avvelenino i pozzi del dialogo e sponsorizzino le posizioni più intransigenti anche nel nostro Paese.

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Per molto tempo si è voluto credere che la Tunisia rappresentasse un’isola felice nel caos del Maghreb; poi è venuto il raid terroristico del Bardo. Lei, che ben conosce questo nostro “vicino di casa” come vede la situazione interna tunisina e quali rischi vi sono di una deriva pericolosa?

La Tunisia, la cui transizione non è stata né facile né indolore, continua a rappresentare l’unico esperimento positivo nel panorama delle “Primavere arabe”, un esempio, un modello, per l’intera sponda Sud. E’ un piccolo grande paese, con un popolo mite e consapevole, su cui si è concentrata l’attenzione globale e sono del tutto chiare e comprensibili le ragioni per cui è diventato un obiettivo sensibile. In questo frangente, è del tutto ovvio che la Tunisia risenta delle tensioni e dei conflitti regionali, su tutti, quello della confinante Libia. Le frontiere non sono compartimenti stagni, sono porose, ma sono certa che il popolo e la classe dirigente tunisina, con in testa il Presidente Essebsi – un uomo con una tempra di altri tempi – che hanno saputo dotarsi di una costituzione moderna, laica, con tutti i cheek and balance necessari, con una forma di governo semipresidenziale ed una legislazione sulla donna degna delle migliori democrazie occidentali, faranno fronte ad ogni tentativo di destabilizzazione. C’è la ferma volontà di non fare passi indietro rispetto al percorso intrapreso.

Ciò detto, quel popolo e quella terra vanno aiutati, incoraggiati e non lasciati soli specie dopo le vicende del Bardo. Non dimentichiamoci che la Tunisia rappresenta un argine alla destabilizzazione tribale-jihadista verso all’Algeria ed il Marocco vere potenze regionali in espansione.

 

La Libia, che fare? Avrebbe senso un intervento NATO? E, per portare a che cosa?

Un intervento può avere senso non tanto perché avvallato o meno dalla Nato piuttosto che da altre soggettualità, ma se è in grado di produrre risultati apprezzabili. La Libia è un caos, un polveriera, una pistola jihadista puntata verso l’Europa e l’Occidente, con una situazioni in continua evoluzione e quindi non è facile adottare delle scelte ed individuare una soluzione specie in assenza di interlocutori territoriali definiti ed affidabili che rappresentano un elemento imprescindibile. Su questo tema sento molta improvvisazione, molte dichiarazioni da “cowboy” che m’inquietano e che non tengono minimante conto degli errori passati e della lezione delle “Primavere”. Allora non valutammo che le piazze dei giovani per cui il nostro cuore batteva, erano troppo giovani, poco radicate, organizzate e mature politicamente per dare un seguito ordinato alla rivoluzione, lasciando così che le transizioni finissero nelle mani dei militari o degli islamisti; oggi, invece, non si tiene conto che un intervento militare non può poi trasformarsi in occupazione straniera. L’obiettivo deve essere quindi quello di mettere insieme la maggioranza delle tribù libiche, aiutar loro a trovare un equilibrio, offrire un percorso, appoggiare e difendere, anche militarmente, le decisioni ed il cammino concordato.

 

Le sembra che negli ultimi vent’anni la politica estera italiana abbia avuto una sua linea coerente o si sia basata su una, contraddittoria, navigazione a vista?

Non vi è dubbio che talvolta sembri che l’Italia abbia appaltato a soggetti terzi la sua politica estera. L’approssimazione, l’assenza di una linea strategica e di convinzioni profonde sono caratteristiche peculiari della seconda Repubblica, che sulle scelte di politica internazionale pesano negativamente. Ciò che non vedo, soprattutto nell’ultimo periodo, è la non difesa dell’interesse nazionale. C’è un conflitto ormai palese tra i nostri legittimi interessi nazionali ed i nostri alleati storici da far tremare le vene dei polsi. Eppure, vedo una superficialità che ha dell’inquietante e mi chiedo se sia solo frutto di inadeguatezza, incompetenza, inesperienza, oppure vi sia anche del dolo.

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Daniele Lazzeri

Lavora da 20 anni nel settore dell'analisi e della consulenza in materia finanziaria. Giornalista pubblicista, è chairman del think tank di studi geopolitici e di economia internazionale Il Nodo di Gordio e Direttore responsabile dell’omonima rivista quadrimestrale, dove si occupa dell'analisi economico-finanziaria globale. Suoi saggi sugli impatti geopolitici delle nuove reti di pipeline (gasdotti e oleodotti) sono apparsi su quotidiani e riviste in Francia, Russia, Azerbaijan, Turchia e Kazakhstan. Sue interviste televisive sono state trasmesse da emittenti nazionali in Italia, Russia, Libano e Kazakhstan... leggi tutto il profilo

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