L’approccio Neorealista nelle relazioni internazionali

6 novembre 2012 20:36 0 comments

Passato e presente dell’èra unilaterale 

Con la caduta dei blocchi e la vittoria economica della potenza statunitense sull’antagonista sovietico (ovvero il crollo autonomo di questo), alla riduzione degli attori politici internazionali, in sede scientifica si è dato luogo ad una speculare riduzione della capacità di analisi. Rimasta sul campo una sola potenza, per un verso o per un altro, si è finiti con l’avvalorare l’approccio di essa alle relazioni internazionali.

A partire dalla pubblicazione nel 1948 dell’opera di Hans Morgenthau “Politica tra le nazioni”, il nucleo dello studio della politica internazionale negli Stati Uniti è andato a coincidere con l’approccio realista. Per alcuni, l’approccio realista ha costituito un’utile cornice al cui interno studiare la politica mondiale. Per altri, il realismo è stato semplicemente il modello a cui contrapporre approcci analitici alternativi.

Il neorealismo si basa su tre assunti, la centralità dello Stato Nazione, il contesto internazionale anarchico, la razionalità e l’autonomia degli attori politici.
Lo Stato Nazione costituisce l’unica unità di riferimento dell’organizzazione politica, ma non si esclude dal novero una pluralità di altri attori, presenti sulla scena politica internazionale. Come ebbe a scrivere Kenneth N. Walz: “Gli stati creano la scena in cui rappresentano i loro drammi e i loro affari quotidiani insieme agli attori non-stati. Benché possano decidere di interferire poco negli affari degli attori non-stati sono sempre gli stati a stabilire i termini delle relazioni, quando giunge il momento critico, gli stati cambiano le regole che consentono agli attori di operare”.

L’assunto anarchico suppone, in secondo luogo, una situazione di anarchia generale, nella quale non vi è alcuna autorità centrale e sovraordinata. Tra stati formalmente eguali tra loro, nessuno può arrogarsi il diritto di comandare gli altri e nessuno ha il dovere di obbedire. L’assenza di un’autorità centralizzata deputata alla difesa dei singoli in un ambiente per definizione pericoloso, implica che gli agenti debbano provvedervi autonomamente usufruendo dei mezzi a loro disponibili, ovvero la mera forza e in secondo piano, gli accordi. E’ l’eco di Tucidide, che ne “La guerra del Peloponneso” considerava irrilevanti le argomentazioni morali, poiché a garantire la sicurezza non poteva che essere la forza e non il tessere buoni rapporti con gli altri attori. Forza e sicurezza come unici fattori di spiegazione dei fenomeni politici. Ogni concetto morale, ivi compreso quello di giustizia, si colloca all’ombra di queste categorie; non si può non notare un’affinità con la massima del filosofo sofista Trasimaco, per il quale la giustizia altro non era che la ragione del più forte.
In terzo luogo, la razionalità degli attori. Ordinando gli obiettivi in modo logico e coerente, le stesse strategie per raggiungerli saranno consequenzialmente razionali. Corollario di questo assunto, la supposizione della sensibilità ai costi degli Stati e che questi possano modificare le proprie strategie in base a tale fattore. Sufficientemente autonomi rispetto alle loro società nazionali, possono riconoscere e perseguire gli interessi della nazione nel suo complesso e non solo di gruppi particolarmente potenti all’interno della comunità.

Appare chiaro come un approccio come quello neorealista rientri di diritto in una cornice talassocratica, uno spazio liquido e potenzialmente infinito, anarchico, dove il nemicus si declina in criminale e dove si procede non a guerre, ma ad operazioni di polizia globale; appare altrettanto chiaro come questo tipo di approccio abbia dato una giustificazione teorica alla politica estera statunitense, che si muove tradizionalmente sulla doppia direttrice della guerra per i diritti, ovvero umanitaria, e dei meri interessi, come avvenne nel 1999 con l’attacco NATO alla Serbia, cui seguì solo in un secondo momento il dispiegamento della missione ONU KFOR, disposta dal Consiglio di Sicurezza ma sempre a guida NATO.
Ciò che non si capisce è il motivo per il quale nel Vecchio Continente, venuta a meno la dinamica dei blocchi, ci si sia limitati a fare da sponda ai think thank americani, o a contrapporre ad essi degli approcci analitici parziali, senza prima aver provveduto ad analizzare i problemi lasciati aperti dalla trattazione neorealista. La presenza NATO sul suolo europeo è certamente un freno ad una politica estera autonoma e allo stesso processo di integrazione europea, ma non può rappresentare un alibi per giustificare la mancanza di coraggio e creatività intellettuale da parte degli studiosi.

Per circoscrivere l’osservazione al contesto italiano, una delle critiche mosse all’approccio neorealistico verte sul concetto di interdipendenza e sulla cogenza dei diritti umani. Questo orientamento procede attaccando contemporaneamente il primo e il secondo assunto neorealista.

Centrali nelle relazioni internazionali non sarebbero più solamente gli Stati Nazione (ridimensionatisi in modo progressivo dagli anni’70 del secolo scorso sull’onda delle teorizzazioni neoliberiste dei Chigago Boys), ma altri enti sovraordinati, anche nuovi, cresciuti numericamente negli ultimi decenni. Gli Stati Nazione andrebbero ricollocati di conseguenza in una posizione subalternità nei confronti degli enti sovraordinati o al minimo, di uguaglianza con le articolazioni globali della società civile. Ciò che il neorealismo non apprezza, deprimendo il valore degli enti sovraordinati a chiaro vantaggio della potenza egemone. Si giunge così alla negazione del secondo assunto neorealistico, quello anarchico, senza però cercare soluzioni di coerenza tra livello di analisi e realtà effettiva. Si suggerisce perciò, una presa d’atto del nuovo contesto, e agli Stati Nazione, una ricerca di maggiore interdipendenza, per non finire con l’essere isolati dal contesto internazionale, pena la propria decadenza. Un esempio di grande attualità è la Repubblica Islamica dell’Iran, che isolata culturalmente e politicamente per i fondamenti cui fa riferimento, e sottoposta a sanzioni da parte di Stati Uniti ed Unione Europea, privilegia rapporti economici con un attore eurasiatico come la Russia ed asiatico come la Cina (in parte l’India, che fa caso a sé); ciò pur possedendo essa una paradossale affinità con le culture europee in generale, e in particolar modo la cultura religiosa cattolica. Sotto il profilo politico, l’Iran cerca consensi presso il Movimento dei paesi non allineati, una ricerca destinata a non produrre vantaggi considerevoli.

Ma per quanto la constatazione dell’interdipendenza possa apparire realistica, il riferimento alle articolazioni della società civile come attrici internazionali appare insufficiente per deprimere gli Stati Nazione, ancora dotati per quanto in modo relativo, di forza impositiva. Si pensi alle recenti evoluzioni della politica estera turca.

L’accento sui diritti umani, maschera poi una tentazione, quella di adottare categorie morali (alle quali tali articolazioni sono spesso orientate), anziché politiche a fini descrittivi. Ciò rappresenta un limite ed un errore, un limite per la fissità connaturata alle categorie morali, ferme ad oggi all’assunto kantiano, un errore sotto il profilo scientifico, perché si corre il rischio di ledere il paradigma weberiano dell’avalutatività. C’è un’ulteriore forzatura in queste posizioni, quella di implicitare una contrapposizione tra lo Stato e gli enti, tacendo rapporti di collaborazione o di mera subalternità. Nessuno nega che lo Stato-nazione in quanto tale abbia perso prestigio e potenza, ma siamo ben lungi dal suo tramonto. Anzi, sono proprio gli Enti-Stato in quanto tali a ricercare quote di potenza, a fronte del progressivo decadimento economico della superpotenza americana.

Ma c’è un ultimo aspetto da mettere in luce. Se si utilizza la categoria dei diritti umani rimarcando la loro cogenza per contrapporsi all’orientamento realista, si finisce in primo luogo con lo squalificarli a mero strumento di offesa e in secondo luogo, con lo stravolgere l’ordine funzionale delle strutture umane, dove all’area della politica corrisponde la fase decisionale, mentre al diritto e all’economia la fase strumentale, il linguaggio l’uno e le risorse la seconda.

Per concludere, all’egemonia culturale neorealista, non si è fatto altro che contrapporre sistemi deboli, dai forti connotati moralistici e giuridicisti. Con l’intento, encomiabile, di superare il neorealismo e la sua essenza belligena, si è caduti nel paradosso di sposare orientamenti irenistici che essendo ancor più belligeni per un fattore meramente statistico rischierebbero, se accolti, di amplificare gli esiti di confusione e violenza. Sono teorizzazioni sloganistiche, poco adatte ad una serena analisi dei fenomeni e ancor meno ad un dialogo che non prescinda dall’interesse vivo per le realtà umane e geografiche. Teorizzazioni come queste, costituendo l’estensione effettiva delle due direttrici della politica atlantica, principi/interessi, esauriscono il loro portato soggiacendo di necessità alla forza maggiore, ovvero quella economica. Per semplificare, i principi rischiano di rimanere sulla carta, mentre possono prendere corpo azioni di sabotaggio, anche a livello informatico, inoculando idee e concetti alieni nel corpus delle culture.

Un’altra conseguenza certamente indesiderata: i presupposti neorealistici hanno finito con l’essere corroborati, lasciando al di fuori del dibattito la geografia umana e politica, la meravigliosa complessità delle articolazioni umane che se approfondita indurrebbe ad azioni se non pacifiche, equamente normate. Muovendo dagli approcci qui sommariamente esposti, le analisi e le politche conseguenti non possono che essere incolori. Questo il grande limite di tali concezioni. Non c’è spazio per la differenza, per il confronto, per le tensioni, non si considera la mutazione dello spazio nel quale le potenze ora si muovono, per dirla nietzschianamente, tutto è uguale all’uguale. Ci sono pagine ancora da scrivere, in quest’era di incertezza e di paura. Eppure, come ci insegna Carl Schmitt, la paura umana del nuovo è spesso grande quanto la paura del vuoto, anche quando il nuovo rappresenta il superamento del vuoto. Perciò, molti vedono solo disordine privo di senso laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento.

 

Tancredi Sforzin
Scrittore, Studioso di geopolitica e relazioni internazionali, Autore di racconti e poesie

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