L’AIIB cinese tra globalizzazione e mercati finanziari

14 settembre 2016 18:59 0 comments

Da qualche tempo, la discussione sui temi dell’economia e della finanza globale, si è arricchita di un nuovo ed interessante argomento: l’Asian Investments Infrastructure Bank (A.I.I.B.). L’AIIB si è affacciata sullo scenario economico globale con una missione ben definita a giudicare da quanto viene sostenuto da Pechino, ovvero, essa non vuole essere e non sarà una sorta di risposta alle egemoni istituzioni finanziarie di matrice occidentale (nate a Bretton Woods) come la World Bank (W.B.) e il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.); ma nasce con il preciso obiettivo di finanziare infrastrutture nei paesi in via di sviluppo e ridurre in tal modo la povertà in questi paesi, così come auspicato dal ministro delle finanze cinese Lou Jiwei.

L'AIIB cinese tra globalizzazione e mercati finanziari

The founding members of the Asian Infrastructure Investment Bank © telegraph.co.uk

Com’è noto, la Cina da alcuni anni domina la scena economica globale grazie alla sua capacità di sfruttare ed intercettare le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati e della produzione, che le ha consentito di primeggiare nei mercati mondiali dell’economia e di accumulare un’enorme ricchezza. Questa capacità, è dettata in primo luogo da alcuni elementi insiti nel tessuto economico-commerciale e politico-sociale cinese: un mercato in netta espansione, una popolazione che supera il miliardo e trecento milioni di persone (censite), una industrializzazione galoppante (nonostante qualche battuta d’arresto dovuta alla crisi economico-finanziaria del 2007-08 che ha interessato i suoi principali partner commerciali), l’assenza di un apparato sindacale forte e coeso, il conseguente costo del lavoro decisamente basso, la capacità di dialogare e concludere accordi sia nel proprio “cortile” di casa e cioè in Estremo Oriente che in Africa, due teatri nei quali si stanno realmente giocando i futuri equilibri globali; in particolare nel continente africano, ricchissimo di materie prime indispensabili per l’industria e la crescita economica dei paesi industrializzati e/o in via di industrializzazione.

Pechino negli ultimi anni ha intensificato la sua opera di penetrazione nello scacchiere africano, attraverso i Forum sino-africani e soprattutto tramite l’utilizzo di un rapporto South-South, cioè giocando la carta di paese terzomondista che riesce meglio a dialogare con i paesi africani generalmente PVS, i quali spesso sembrano preferire tale dialogo, anche in virtù di un rapporto con Pechino che si rivela non “invadente” nelle politiche interne dei paesi con cui si relaziona, alcuni di essi regimi militari o dittatoriali, che non amano intromissioni da parte dei loro interlocutori esteri, in particolare su temi quali: democrazia, diritti umani, ambiente, ecc. In tal modo Pechino è riuscita a scardinare le presenze di USA e vecchie potenze coloniali europee, queste ultime cercano da sempre di mantenere con le ex colonie un rapporto privilegiato. La Cina grazie a tutto ciò è dunque pronta a formalizzare la sua ormai decennale influenza sull’economia globale (è la seconda potenza economica mondiale e secondo molti analisti entro il 2030 diverrà addirittura la prima superando gli USA) e rovesciare gli scenari geopolitici e geo-economici, laddove non sembrano più gli Stati Uniti d’America essere l’unica guida, ma sempre più invece si evince un sistema multipolare in condivisione con il G8/G20 e con i BRICS (acronimo con cui vengono indicati i nuovi emergenti dell’economia globale) club del quale la Cina fa parte a pieno titolo, e sembra addirittura essere pronta a farsi guida di questi paesi, sia degli emergenti che dei PVS, attraverso la propria attività economica ma anche bancaria negli investimenti.

Il nuovo istituto bancario avrà sede a Pechino, notizia che potremmo definire scontata, essendo non solo la capitale del Dragone ma anche e soprattutto perché è il suo centro economico-finanziario. Tale scelta però, comporta alcune conseguenze di non poco conto, costituendo la sede proprio uno dei fattori di ostilità con gli Stati Uniti (che si sentono giustamente minacciati da questo nuovo hub di investimenti finanziari). L’AIIB avrà un budget iniziale di 100 mld di dollari messi a disposizione proprio dallo stakeholder principale, cioè il governo cinese, che ne controlla il 30% con il 26% di potere di voto (sistema per quote sul modello Fondo Monetario Internazionale), il budget dovrebbe essere implementato successivamente dai contributi partecipativi degli Stati che hanno presentato formale richiesta per farvi parte. Tra gli stakeholders principali ci sarà anche l’Italia con una quota partecipativa del 2,62% del valore totale per un totale di 57 azionisti. Il budget dovrebbe essere implementato con una spesa media di 10 – 15 miliardi di dollari l’anno entro il 2022 di cui 300 miliardi già messi a disposizione per finanziare un faraonico progetto di ricostruzione di una nuova “Via della Seta” che colleghi Asia ed Europa, dal Kazakhstan fino a Venezia, area da dove passa circa il 75% delle riserve energetiche globali.

Un altro punto critico per i detrattori di tale progetto, è sicuramente il fatto che i paesi partecipanti all’iniziativa finanziaria, dovrebbero contribuire ad essa senza conoscere realmente quali siano le garanzie dell’investimento, ma nonostante ciò, tale iniziativa rimane per i paesi europei una grossa opportunità per poter far parte di una realtà economico-finanziaria in potenziale espansione, capace di dare nuova scossa agli investimenti nel vecchio continente da e verso i BRICS e non solo.

Ma chi sono i membri della Nuova banca mondiale cinese? Del nuovo istituto fanno parte ad oggi 57 membri, che hanno già ratificato lo statuto della Banca, tra questi figura l’Italia come sopra citato, l’ultimo membro ad aderire è stata l’Australia che ha formalizzato la sua ratifica il 10 Novembre 2015. All’inizio di quest’anno è stato varato l’Operational Policy on Financing (OPF), documento con il quale la Banca formalizza le sue strutture di governo e specifica in un Agreement di 28 pagine, quali sono i suoi intenti: “obiettivo della Banca è come affermato nei suoi articoli, favorire lo sviluppo economico sostenibile, creare ricchezza e migliorare la connettività delle infrastrutture in Asia, investire in infrastrutture e altri settori produttivi … [e] promuovere la cooperazione regionale e di partenariato per affrontare le sfide dello sviluppo, lavorando in stretta collaborazione con altre istituzioni di sviluppo multilaterali e bilaterali”. Il 25 e il 26 Giugno 2016, si è tenuto il primo meeting internazionale dell’AIIB al quale hanno partecipato i 57 soci più le 3 organizzazioni con le quali la Banca cinese ha firmato dei “Memoranda di intenti” non vincolanti, e cioè: Banca Centrale Cinese per gli investimenti, Banca Europea degli Investimenti e Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Il loro principale obiettivo sarà finanziare progetti di sviluppo e infrastrutture nei PVS in particolare nel continente asiatico per un totale di 8000 miliardi di dollari entro il 2020. Inoltre va evidenziato che dal punto di vista economico-finanziario globale, il fatto che la Cina sia pronta a investire circa 4000 mld di riserve estere che detiene, è una gran buona notizia, nonostante non poche sono le critiche che seguono la nascita di questo soggetto economico-finanziario. Primi a criticare l’iniziativa ovviamente gli Stati Uniti d’America, i quali vedono nella AIIB uno strumento potentissimo nelle mani del loro principale competitor, in grado di farlo assurgere (potenzialmente) al ruolo di leader dell’economia mondiale.

Ma quali sono i timori dell’amministrazione USA? Ovviamente esse non si limitano solo al potenziale rischio di una perdita di leadership, ma anche e forse soprattutto alla paura che questa nuova realtà possa non rispettare gli standard di governance globali, la Cina infatti è lo shareholder principale e questo potrebbe innescare una forte ingerenza di Pechino nel processo di decision making a tale proposito Jin Liqun, capo del segretariato multilaterale della AIIB, ex presidente della Asian Development Bank ed attuale presidente della AIIB, ha dichiarato che la stessa è una banca e non una organizzazione politica pertanto si prepara ad operare nella massima trasparenza possibile e che la leadership cinese non è un privilegio ma un obbligo. Questo però non basta a placare gli animi e a rassicurare il presidente USA uscente Barack Obama che sembra fermamente convinto della sua posizione nonostante gli attori dell’economia globale come FMI, WB, Asian Development Bank (guidata da un alleato storico degli States come il Giappone), abbiano assicurato collaborazione alla neo banca mondiale cinese, così come viene definita dalla stampa internazionale.

Qual è il retroscena degli accordi che danno vita alla A.I.I.B.? Quali sono i motivi in ombra (se vi sono) che muovono la Cina? Sicuramente non è solo una scelta di carattere economico-finanziario, quella che ha spinto Pechino ad istituire un nuovo soggetto economico in grado di intercettare gli investimenti da e verso l’Europa e/o paesi in via di sviluppo. Dietro tale scelta potrebbero esserci dei motivi “meno nobili” come il superamento della povertà nei PVS. Il principio che costituisce l’archetipo di questo nuovo attore economico è creare sviluppo nei paesi asiatici, nobile intenzione, ma è davvero l’unico?

L’elemento che più di ogni altro desta l’interesse degli osservatori è la rivalità verso gli Stati Uniti. Sebbene non sia stata esplicitata è quasi per inerzia storica potremmo affermare che il fantasma della rivalsa aleggi attorno a questa manovra; come ha sottolineato Fraser Howie, il direttore generale della Nowedge (agenzia di broker nata nel 2008 a Singapore), egli afferma infatti che se l’obiettivo cinese è quello di indebolire il dollaro americano utilizzando l’AIIB come “cavallo di troia” e prendere pacificamente il suo posto nel mondo finanziario, sta sbagliando sicuramente mezzo. Tuttavia desta preoccupazione il fatto che la Cina, in quanto maggiore azionista, possa utilizzare il suo potere economico per perseguire i suoi interessi “nazionali” più che di gruppo, ponendosi quindi come una sorta di Condorcet Winner tra tutti i partecipanti al processo. A nostro avviso la partecipazione di importanti potenze economiche, come quelle europee ad esempio, potrebbe in qualche modo bilanciare lo strapotere della RPC.

Altro aspetto importante è la misura con la quale la Cina negli ultimi 15 anni si è imposta tra i paesi emergenti, la sua capacità cioè di diventare il principale vettore degli investimenti verso i paesi industrializzati come fecero gli Usa negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, tutto ciò dunque potrebbe in qualche modo portare a pensare che ci si trova davanti ad un nuovo bipolarismo, non più ideologico, ma economico con una Cina sempre più egemone e con obiettivi non dichiarati apertamente. In passato il Dragone ha investito in Africa e in America Latina facendosi promotore di crescita, questo è vero; ma oggi invece, le reali motivazioni non sono sufficientemente chiare, il confine tra lo scopo politico di sovvertire l’equilibrio economico, ormai storicamente affermato a guida liberal-occidentale e quello di farsi guida delle esigenze e degli interessi emersi dai tessuti socio-economici delle economie emergenti è davvero molto più sottile e labile rispetto al passato, ma non per questo fortemente percettibile; basti pensare all’annosa e farraginosa questione di Taiwan, quest’ultimo escluso dall’Asian Bank con una nota stampa della China’s State Council Taiwan Affairs Office, nella quale viene definito inappropriato, in quanto privo del carattere della statualità, sebbene, non si esclude una futura partnership tra i due soggetti coinvolti, manca il requisito base, infatti, nella nota si fa presente che ai giochi olimpici, Taiwan si presenta come China’s Tapei, quindi in futuro non si esclude una partecipazione posta comunque sotto la stringente condizione che la piccola isola di Formosa potrà forse partecipare, solo come membro ordinario quindi interdetto ai ruoli di governance. Rimangono ancora esclusi, per scelte “sovrane”, Stati Uniti, Canada e Giappone, gli unici ancora assenti tra i membri del G7.

Ma in che modo cambieranno gli scenari geopolitici e geo-economici, se realmente cambieranno? Innanzi tutto c’è da supporre che gli USA non staranno con le mani in mano e quindi da qui a breve potremmo assistere ad un “asso nella manica” da parte americana, gli USA infatti, potrebbero tirare dal cilindro qualche novità in campo economico-finanziario, che però allo stato attuale sembra di difficile attuazione, considerando il periodo difficile dal quale l’occidente (in modo particolare) sta lentamente uscendo; sicuramente il cambio di strategia nei confronti dell’Iran, storico avversario degli USA ed alleato di ferro di Russia e Cina è un dato da leggere con grande attenzione sia dal punto di vista geopolitico nella regione mediorientale, che economico, considerando che la fine dell’embargo apre un mercato con circa 70 mln di abitanti e con ingenti risorse petrolifere, così come la fine delle relazioni tese con Cuba, può e va interpretato in questa stessa direzione, Cuba infatti si sta aprendo alle riforme in campo economico, sull’esempio attuato dalla Cina negli anni ’70 del secolo scorso; in tal senso emblematica è la legge di istituzione della Zona Economica Speciale (ZES) nel porto di Mariel a circa 45 km dalla capitale, proprio per attrarre investimenti esteri, avendo una posizione geostrategica per l’approdo delle navi super post panamax in vista dell’allargamento dell’omonimo Canale previsto in tempi brevi, Zes dove la Cina insieme al Brasile hanno forti interessi economici. Gli USA dal canto loro, tentano in ogni modo di sparigliare le carte sul tavolo delle relazioni internazionali, dimostrando ancora una volta al mondo, ed in particolare ai loro storici alleati che siedono ancora a capotavola (almeno per il momento).

 

Pietro Stilo
Coordinatore Didattico Master di II livello in Economia dello Sviluppo
Università Mediterranea di Reggio C.

Dalila Ribaudo
Dott.ssa in Scienze dell’Amministrazione e dello Sviluppo Economico
Univ. Di Messina

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