Infrastrutture, la via culturale arriva prima

5 aprile 2019 09:57 0 comments

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Negli ultimi anni gli attacchi di volontaria devastazione del patrimonio culturale si sono dimostrati trasversali. Le ben note vicende di abusivismo edilizio, perpetrate in Italia per anni in totale spregio al paesaggio, esso stesso bene culturale,  si sono accompagnate alla devastazione di importanti beni culturali nei Paesi colpiti da eventi bellici.

I Beni Culturali risultano percepiti quali riferimenti di forte valenza identitaria, seppure con accezione negativa,  dai guerriglieri artefici di distruzioni dolorosissime. Al contrario, il costruttore abusivo, cittadino italico, si limita ad ignorare il bene culturale, non lo odia, semplicemente non lo considera un valore. Un paradosso che meriterebbe più di una riflessione.

Chiamata a dare un contributo al convegno “Dialoghi Mediterranei”, tenutosi il 2 aprile a Roma presso la sala Koch del Senato, ho potuto trarre spunto dagli interventi dei vari relatori, i quali hanno posto l’accento sulla necessità di una visione progettuale ampia, che consideri tutti i vari elementi di carattere economico, politico, infrastrutturale, tutti elementi di primaria necessità per lo sviluppo di un paese e per i rapporti commerciali internazionali.

A beneficiare di queste connessioni, che la politica ha l’obbligo (o dovrebbe avere l’obbligo…) di pianificare e realizzare, è l’economia, dunque le imprese e, in ultima istanza, tutti i cittadini. Attendiamo quindi fiduciosi azioni politiche concrete, auspicando, naturalmente, il rispetto delle leggi che tutelano il paesaggio italiano e i beni culturali nel loro complesso.

Sullo specifico argomento dei Beni Culturali, tema di cui mi occupo, ho voluto evidenziare nel mio breve intervento, che è attiva, per quanto riguarda i rapporti internazionali, una via parallela, insostituibile e che vede proprio l’Italia primeggiare storicamente. Si tratta di un modello infrastrutturale immateriale, ciò che si può definire diplomazia culturale, e a metterla in atto sono i tanti professionisti e le tante imprese che lavorano all’estero, particolarmente professionisti e imprese che svolgono attività nel campo del restauro e dell’archeologia, discipline su cui l’Italia è internazionalmente riconosciuta Maestra.

Questi specifici lavori esigono una preparazione di forte specializzazione, una capacità di analisi dinamica e flessibile da parte di chi vi opera, soggetti in grado di comprendere la cultura altrui e che, di riflesso, portano a migliorare la conoscenza relativa alle singole realtà sociali e politiche nonché religiose.

Insomma, esiste un vero esercito che porta la cultura italiana nel mondo e che si prende cura della culture del mondo.

Nella visone complessiva che la politica si propone di pianificare in campo economico, i rapporti diplomatici sono essenziali ed è auspicabile che la diplomazia culturale venga potenziata, valorizzando il lavoro già saldamente impostato da italiane e italiani che con la cultura e per la cultura lavorano.

Anna Scavezzon

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