Il ruolo dei Servizi Segreti secondo il generale Luigi Ramponi

2 dicembre 2016 18:30 2 comments

Il ruolo dei servizi segreti secondo il generale Luigi Ramponi

Il generale Luigi Ramponi, classe 1930, è uno dei “grandi vecchi” della storia recente del nostro paese, profondo conoscitore dei dossier italiani a cavallo tra politica, questioni militari e internazionali. Un curriculum interminabile di incarichi: nel 1980 è stato addetto militare presso l’ambasciata a Washington. Sempre negli anni Ottanta ha ricoperto la carica direttore nazionale degli armamenti, poi sottocapo di Stato Maggiore della Difesa e comandante generale della Guardia di Finanza. E soprattutto dal 1991 al 1992 – gli anni terribili dello stragismo – è stato direttore del Sismi, il servizio segreto militare.

Chiusa la carriera militare ha militato in Alleanza Nazionale. Per la casa editrice “Aracne” ha pubblicato un’interessante biografia che ripercorre la sua vita in cinquant’anni di storia d’Italia (“Val la pena di vivere”). Quando si parla di intelligence e servizi segreti si entra per forza di cose in questioni da maneggiare con cautela, soprattutto in Italia. I nostri Servizi, come rammentava il presidente Francesco Cossiga, sono più apprezzati all’estero che in patria. Oggi finalmente, tutto l’arco costituzionale, sinistra post-comunista compresa, ha messo da parte i pregiudizi verso le strutture di intelligence e con la lotta al terrorismo islamico anche l’opinione pubblica sta maturando un’idea diversa degli 007.

 

Generale Ramponi, prima di addentrarci nel ruolo dell’intelligence italiana nel contesto di guerra e instabilità permanente mediorientale, ci dà il quadro dei nostri interessi geopolitici che coinvolgono i Servizi nel mare Nostrum?

«Il Mediterraneo allargato è l’area dal punto di vista strategico più importante in questa fase delle relazioni internazionali. Si scontrano interessi militari, politici e commerciali di Stati Uniti, Russia e Europa. Mantenere “una” stabilità regionale per tutelarli o ampliarli è cruciale per evitare nuove minacce terroristiche, di cyber-security e di interscambio».

 

Alcuni osservatori ricordano l’esistenza del cosiddetto “lodo Moro”, un patto segreto sottoscritto dal leader Dc, e monitorato negli anni dal nostro agente in Libano Stefano Giovannone (detto “Stefano d’Arabia”), per cui in cambio dell’immunità da attacchi terroristici in suolo italiano, l’Italia avrebbe “chiuso gli occhi” su tanti avvenimenti mediorientali. Ipotesi veritiera o “roba vecchia”?

«È una grande stupidaggine! E vecchia. Valeva forse quando è stato sottoscritto. Con tutto quello che è successo in Medioriente negli ultimi anni, è roba da ridere. Con chi sarebbe valido un ipotetico accordo di questo tipo oggi in Libano, Iraq, Siria? Già nel 1991 quando ero a capo del Sismi non ero a conoscenza del “lodo Moro” e al tempo erano passati poco più di dieci anni. Sono storie che vanno bene per chi vuole leggere i romanzi e non vuole capire come funzionano i Servizi, italiani e stranieri».

 

Al di là dell’esistenza del “lodo Moro”, comunque in molti vedono l’Italia come un grande hub di passaggio dove, per i terroristi e le organizzazioni ad essi collegate, non conviene creare disordini per evitare la chiusura delle frontiere. Ragionamento che “regge” o “roba da ridere”?

«Basta leggere dal punto di vista oggettivo gli ultimi attentati in Europa, in Francia e in Belgio. Fatti da “europei” di seconda o terza generazione, quindi persone che non sono entrate in Europa dall’Italia. Noi, nello specifico, non abbiamo ingressi di particolare “attenzione” e nemmeno gruppetti di esaltati sul territorio pronti a operazioni di tipo terroristico».

 

Quanto sono bravi i nostri Servizi?

«Io li ho diretti: prima di tutto il valore dei Servizi non si misura in chiacchiere. Si misura sulla base della fiducia dei Servizi segreti alleati o avversari (ma questo è più difficile da misurare). Le operazioni congiunte sono l’indicatore principale della nostra stima all’estero. Quando ero al Sismi, nel Mediterraneo allargato, abbiamo svolto diverse operazioni congiunte con Servizi stranieri. I nostri punti di forza sono legati alla “human intelligence” (Humint): l’attività di raccolta di informazioni grazie ai contatti interpersonali, alle fonti sul campo. Un’attività che ovviamente non è soltanto opera degli “effettivi”, ma di tutte le reti di relazioni, fonti, “locali” su cui il Servizio può contare in una determinata area».

 

Nelle relazioni tra paesi amici, dentro e fuori il perimetro Nato, i nostri “accordi paralleli”, sempre che siano stati reali, e che lo siano ancora oggi, possono metterci diciamo in cattiva luce con i nostri partner?

«Roba superata… Se fa riferimento ai discorsi precedenti, non so se in passato vi fossero iniziative parallele, o in collisione, con quelle degli alleati. Sia in ambito Nato, o del Club di Berna, ogni servizio si muoveva e si muove a modo suo. I Servizi italiani hanno però avuto sempre “contatti” che altri Stati non potevano avere, soprattutto in Medioriente. Con Gheddafi per lungo tempo solo noi avevano rapporti, nemmeno gli americani, inglesi o francesi. Gli alleati lo sapevano. I libici mi dissero che comunque anche nei momenti più tesi, gli americani trattavano per vendere in Libia parti meccaniche per i pozzi petroliferi. E gli inglesi premevano per vendere materiale ferroviario».

 

L’interesse strategico di approvvigionamento energetico – in Libia per esempio – è trattato solo dall’Eni o anche dai nostri Servizi?

«Il procurement delle risorse energetiche è trattato per competenze. I Servizi in genere affiancano i dirigenti per i collegamenti tecnici o di sicurezza con i Servizi locali».

 

La nostra intelligence in Medio Oriente con chi ha relazioni privilegiate? Sia come Servizi di stati stranieri che come movimenti, gruppi religiosi e tribali?

«Difficile dirlo per l’oggi: la regola è che i Servizi hanno accordi sotterranei anche con Stati e gruppi con i quali la nazione di appartenenza non ne ha, o non ne può avere. Questo è molto più semplice per i Servizi rispetto alla politica o alla diplomazia: i rapporti si possono troncare senza apparenti ripercussioni pubbliche».

 

Con l’entrata dei russi nello scacchiere mediorientale noi italiani come ci muoviamo? Siamo alleati “perinde ac cadaver” degli americani?

«Sfatiamo un po’ di miti: i russi a parte una certa arroganza di Putin hanno un arsenale oggi che è un 1/4, forse 1/5 di quello Nato. Le minacce da una parte – Nato – e dall’altra – Mosca – non esistono: i quattro battaglioni portati nei paesi baltici sono poco più di una guerra con i soldatini. Semplicemente perché la Nato non serve più: non serve contro il terrorismo, né contro la minaccia cibernetica e perché nessuno fa più guerra all’Europa. L’Italia ha ottimi rapporti di scambio con la Russia, che però stiamo sacrificando per le sanzioni derivanti dalla questione in Crimea e del Donbass. Ma Putin è un uomo intelligente, prevedo un riavvicinamento tra Europa e la Russia: loro hanno le fonte energetiche e noi un mercato per le nostre merci».

 

La Siria è un terreno di scontro pericoloso tra Mosca e Washington, non sembra solo una sfida tra Servizi.

«Tra Washington e Mosca la questione si è fatta seria quando il Nyt ha reso noto che Obama e la Cia avrebbero impostato un attacco cibernetico contro i russi per rispondere ai loro recenti attacchi informatici al Partito Democratico».

 

Dopo la morte del presidente Francesco Cossiga, che fu il vero garante degli equilibri interni ed esterni dei nostri Servizi, chi in Italia ha preso il suo posto? Nel senso: esiste anche una continuità politica dell’agenda dell’intelligence italiana negli ultimi anni?

È cambiata la politica: dopo che i comunisti sono andati al governo non hanno più fatto la guerra ai Servizi. Vi ricordate le menzogne solenni che il Pci, e i suoi pennivendoli, avevano montato su Gladio? Cossiga si è trovato accusato dai comunisti di aver avallato Gladio, un’organizzazione che era invece in comune con tutti i paesi Nato. Perché i depositi erano in Friuli, o in Veneto, e non nelle regioni rosse? Visto che dicevano che era nata per combattere i comunisti italiani? Gladio non era altro che una struttura pronta alla “guerriglia” prima di un eventuale scontro nucleare tra patto di Varsavia e Nato. Tornando alla domanda: non so se ci sia continuità, ma almeno non ci sono più attacchi ideologici dopo che i comunisti sono andati al governo».

 

Luigi Marcadella

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2 Comments

  • Antonio Cicchella

    Buonasera. Ho letto con interesse l’ intervista al Generale Ramponi. E’ vero che lo scenario è cambiato, ma occorre guardare le cose dalla prospettiva dei vari attori in campo. La Russia, dopo la disfatta (cosi è percepita in Russia) di Gorbaciov e Eltsin, che sono appunto visti come distruttori della patria, sta attraverso con Putin un periodo di rinascita del senso nazionale (e devo dire anche di miglioramento delle condizioni economiche) Putin è quindi molto amato in Patria. I Russi, (a differenza forse di noi Italini post seconda guerra mondiale) sono nazionalisti e hanno in grande considerazione il concetto di Patria. Quindi, ogni operazione di allargamento Nato ad est (missili in Polonia e anche contingenti nei paesi baltici) non è vista molto bene, ma è vista come una minaccia. Pertanto stiamo progressivamente come paese (L’ Italia) una posizione sempre più organica alla Nato, abbandonando le posizioni di mediazione che ci hanno sempre contraddistinto. Non credo quindi che il binomio Nato/Russia sia finito, anzi.La Russia è vero che rappresenta un grande mercato per l’Italia, ma oggi il mercato principale è la Cina, in grado di compensare qualsiasi altra perdita di mercati, viste le dimensioni.
    Quella a cui assistiamo oggi verso la Russia e viceversa dalla Russia verso l’occidente è non solo una guerra cibernetica, ma anche di immagine e di boicottaggio economico. Ad esempio nel settore dello sport , sul quale Putin ha molto investito per ricreare lo spirito nazionale e anche per fare girare l’economia, ci sono stati “attacchi” nel campo doping volti a screditare lo sport russo, con conseguente danno e ricadute sull’organizzazione di eventi internazionali e assegnazione degli stessi alla russia da parte del CIO. Pertanto si sta combattendo una guerra soft su vari fronti, volti ad indebolire l’avversario sul piano dell’ immagine e quindi economico. Sul fronte militare, USA e Russia si sono da sempre confrontati in guerre “terze” ma non entro nell’argomento.

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