Bolton e il randello di Trump

11 settembre 2019 10:54 0 comments

bolton
Trump brucia (anche) Bolton. La notizia non ha fatto molto scalpore, anche perché l’eccentrico – rispetto agli standard usuali – personaggio che siede da neppure due anni nello Studio Ovale ci ha ormai abituato a repentini cambi nella composizione del suo staff.
Applicazione piena della regola statunitense per cui è il Presidente che detiene tutto il potere. Tutti gli altri sono solo collaboratori. Quindi sostituibili dalla sera alla mattina.
E poi con Bolton era ai ferri corti già da tempo, e su molti dossier scottanti. Dalla Corea all’ Iran. Un problema di visione complessiva più che di particolari.
La visione di Bolton è informata a due priorità: il primato di Washington attraverso il controllo dello scacchiere geopolitico, ed una sorta di messianismo democratico, se si vuole di remote origini wilsoniane. Che dovrebbe essere, poi, lo strumento per giustificare politiche interventiste volte a garantire detto primato.
Trump muove da tutt’altri presupposti. Non è vero, come si dice, che abbia una visione meramente mercantile della politica estera. Piuttosto manifesta la convinzione che non sia con l’interventismo indiscriminato e con l’ingerenza pesante che Washington possa continuare a governare il mondo. Mondo del quale accetta l’inevitabile struttura multipolare, che rende obbligatorio trattare, sempre e comunque. Trattare, però, da posizione di forza.
Possiamo leggere la strategia di Trump come una, particolare, riedizione della “politica del randello” di Theodore Roosevelt, uno dei Presidenti che fecero degli States una grande potenza.
Gli States devono brandire costantemente un grande randello, complesso di forza economica e potenza militare, per incutere rispetto in tutti gli interlocutori. Ma devono, con l’altra mano, offrire amicizia. Alle proprie condizioni. Certo. Ma senza pretendere di cambiare radicalmente i propri interlocutori. Un realismo pragmatico. La mano di Trump appoggiata fraternamente sulla spalla del giovane Kim, dopo una stagione di insulti e minacce, ne è il simbolo.
In questo senso andrebbe letto anche il, dubbio, endorsement di Trump a favore di un secondo governo Conte. Fai ragazzo, sono vostri problemi interni, li capisco poco e ancor meno me ne curo. Però ricordati chi è che comanda. E ricordalo in sede UE, soprattutto. Perché se dovessi seguire troppo le direttive dei tuoi protettori di Parigi e Berlino, il mio randello è sempre pronto.
Andrea Marcigliano
Senior fellow think tank “Il Nodo di Gordio”

Andrea Marcigliano

Andrea Marcigliano è nato a Mestre-Venezia il 28-12-1957. Saggista e scrittore da anni collabora a giornali e riviste culturali, occupandosi (prevalentemente) di filosofia politica e scenari geo-politici internazionali. Accanto a questo mantiene vivi i suoi interessi più squisitamente letterari e filosofici, visti gli ormai antichi studi di Lettere Classiche – a Trieste, con laurea in Storia delle Religioni – ed il fatto che insegna Italiano e Latino nel Liceo. Saggista e scrittore, ha pubblicato “Segni del Tempo”, “I figli di Don Chisciotte”, “Ritorno ad Atene”, “Il suicidio della Destra” (e-book); ha collaborato a numerosi volumi di studi, tra i quali ama ricordare “Ezra Pound perforatore di roccia”, “Jünger cioè il coraggio”; “Ideario europeo”, “Studi su Fernando Pessoa”. Suoi scritti sono apparsi in inglese, russo, spagnolo, portoghese, turco, azero e kazako. È Senior fellow del think Tank di Studi Geopolitici “Il Nodo di Gordio”, e collabora all’omonima rivista ed al Web Magazine. Per il Centro studi “Vox Populi” ha già collaborato ai volumi: “Imperi delle Steppe”, “Porte d’Eurasia”, “La profondità strategica nel pensiero di Ahmet Davutoglu”, “Viandanti fra due mondi”, “Da Bajkonur alle stelle. Il Grande Gioco nello spazio”, “La chiesa apostolica Albana” e, con Ermanno Visintainer scritto a quattro mani “L’Aquila nel Sole”, di cui è in corso di pubblicazione l’edizione russa. Vive a Roma.

Leave a Reply