La Turchia di Erdogan non si arrende

1 luglio 2015 16:35 2 comments

Il 7 giugno in Turchia si sono tenute le 31° elezioni parlamentari dal 1877 (7 durante il periodo dello stato ottomano e 24 durante il periodo repubblicano). Al termine delle elezioni, l’AK Parti, guidato fra il 2003 e il 2014 dall’attuale Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan, ha subito un’erosione per la prima volta in assoluto, dopo aver registrato un trend di crescita in nove elezioni e referendum consecutivi.

Nonostante questa erosione, l’AK Parti è ancora il primo partito e il numero dei consensi ottenuti è pari alla somma di quelli del secondo (CHP)[1] e del terzo (MHP)[2]. Dopo tre mandati di governi monocolori, all’AK Parti mancano 18 seggi per raggiungere la maggioranza assoluta minima necessaria per poter governare da solo. E questo perché il HDP[3] ha ottenuto il 14% dei consensi, quattro punti sopra lo sbarramento nazionale. A differenza di alcune previsioni (o forse pii desideri) le campagne elettorali di tutti i partiti si sono svolte nel clima più liberale di tutti i tempi.

La malinconia del 41% degli elettori dell’AK Parti, che ha superato del 16% il rivale più vicino, non è correlato alla perdita della maggioranza assoluta; ma è causato dal rallentamento inevitabile che il paese registrerà durante la nuova legislatura“, dice Markar Eseyan, deputato di origine armena neo-eletto al Parlamento fra le file dell’AK Parti. Proprio così: il cosiddetto partito islamista vanta un membro armeno nella nuova composizione della Grande Assemblea Nazionale Turca (TBMM); come il CHP e il HDP.

yi-20150604-sivas-11-hitapCi sono anche membri di altre minoranze quali gli Ezidi, gli zingari turchi e anche da altre micro comunità. Il numero di donne elette, dopo le elezioni del 7 giugno è salito a 98 (novantotto), un livello record. Paradossalmente il HDP non era stato uno dei sostenitori delle modifiche costituzionali che, oltre ad introdurre altre riforme, hanno reso più difficile la chiusura dei partiti politici. In realtà, le riforme atte a risolvere il “problema curdo” avevano avuto inizio alla fine del 2002; subito dopo la formazione del primo governo AK Parti, il regime di “Situazione Extra Ordinaria – OHAL” applicato nel sud-est dell’Anatolia (regioni a maggioranza curda), che dava ulteriori poteri e autorità alla polizia e all’esercito (come lo sgombero dei villaggi), era stato abolito.

 

Il resoconto dell’AK Parti

Oggigiorno, i cittadini turchi stanno godendo delle trasformazioni realizzate dai tre governi Erdoğan, che hanno guidato consecutivamente la Turchia fra il 2003 e il 2014. Oggi, la Turchia è economicamente molto più potente e stabile di quanto non lo fosse prima del 2002. La qualità della vita quotidiana del Paese è aumentata drasticamente in tutte i settori: sanità, educazione, comunicazione, abitazioni e trasporti. Prima dei governi Erdoğan, l’essere uno Stato Sociale era stato un mero augurio utopico scritto nella Costituzione; ora è ovunque, dalla discriminazione positiva a favore delle donne ai vantaggi e ai diritti aggiuntivi riconosciuti alle persone disabili e alle loro famiglie. Una delle critiche rivolte ad Erdoğan è quella di aver creato un forte legame con le classi aventi i redditi più bassi, utilizzando lo strumento “dell’assistenza sociale”. I suoi sfidanti hanno sempre sottovalutato e incriminato le classi sociali aventi un basso reddito, quelle che hanno beneficiato dei fondi previdenziali, affermando che questa hanno venduto i loro voti in cambio di carbone gratuito e pasta. Questi elettori rappresentano lo zoccolo duro dell’AK Parti e, almeno nell’immediato futuro, queste classi non appaiono volenterose a cambiare fronte.

Giusto per fare una breve rassegna delle sue riforme possiamo elencare la fine delle torture presso le stazioni di polizia, il diritto ad imparare i linguaggi anatolici non turchi e il diritto di utilizzare le lingue madri presso i tribunali e gli uffici pubblici, il diritto allo studio e al lavoro presso gli uffici per le donne velate, la fine dell’intervento nella politica di attori non-politici come militari e la burocrazia che utilizzavano illegittimamente i propri poteri. Inoltre il governo AKP è stato il primo della storia della Repubblica a sopravvivere ad un intervento militare; il 27 aprile, un memorandum pubblicato sul sito web delle forze armate turche aveva ricevuto una pronta risposa il mattino del giorno successivo e con un linguaggio determinato l’esercito era stato nuovamente invitato ad espletare i “propri compiti e doveri”.

La politica estera e le relazioni internazionali della Turchia stanno avendo un approccio storico “riformista”, nonostante la resistenza di burocrati “totalmente integrazionisti”. Le tre principali e storiche questioni internazionali della Turchia quali la “Questione Armena”,  il “Problema di Cipro ” e il “Problema dell’Egeo” stavano infatti isolando la diplomazia all’interno della sua cappa di vetro. Erdoğan di fatto si è mosso con maggior coraggio e trasparenza soprattutto nel caso armeno. Ha navigato verso i problemi in tutto il mondo e ha aperto nuovi passaggi per mettere in discussione lo status quo attuale del mondo. Nel 2015, a Gallipoli, Erdoğan si è rivolto a circa 90 presidenti e primi ministri di tutto il mondo. Ha fortemente sottolineato l’ingiustizia e la insostenibilità del sistema attuale che è venuto a formarsi nel mondo per lo più nell’era post Grande Guerra. E’ più facile comprendere quanto intende dire tornando al famigerato “one minute” del 2009 e agli incidenti “Mavi Marmara” del 2010. Abbiamo anche assistito al cambio nell’approccio di taluni circoli verso Erdoğan a seguito di questi due momenti cardine.

Prima del 2009 Erdoğan era stato riconosciuto come un leader riformista e progressista dai principali media di tutto il mondo e dagli ambienti politici internazionali. Nulla è cambiato nei suoi approcci e atteggiamenti fino a 2011-2012, ma le notizie e commenti a lui rivolti hanno iniziato a cambiare subito dopo la sua storica protesta “one minute” al Vertice di Davos del 2009 rivolta a Shimon Peres a causa della brutale aggressione e dell’embargo di Israele contro i i palestinesi della Striscia di Gaza. La seconda tappa è stata l’uccisione di nove persone della Mavi Marmara, l’ammiraglia della Freedom Flotilla, partita da Antalya, da parte di soldati della marina israeliana la mattina del 1 giugno 2010 in alto mare (acque internazionali) e la conseguente reazione della Turchia. Otto di queste nove persone erano infatti cittadini turchi e uno di loro era un cittadino statunitense di origine turca (Furkan Dogan – 19 anni). Era il secondo cittadino degli Stati Uniti, per i quali gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per perseguire i responsabili della sua morte, ad essere assassinato dopo Rachel Corrie che era stata uccisa da un bulldozer israeliano mentre cercava di fermare la demolizione degli insediamenti palestinesi.

 

Ogni mossa crea nuovi rivali

Dopo decenni di isolamento, la liberalizzazione delle donne velate nella società ha causato una reazione dei secolaristi-kemalisti che sono contro l’uso del velo nella vita pubblica. Il progetto del “processo di soluzione” di Erdogan che mira a una pace sostenibile e alla fine del conflitto separatista curdo, ha scatenato l’opposizione dei nazionalisti turchi; le politiche conservatrici dell’AK Parti rivolte (naturalmente) a promuovere i valori della famiglia sono state criticate dalle femministe e dall’opposizione di estrema sinistra; le nuove normative sul consumo dell’alcol ridefiniscono la licenza di servire le licenza di vendere e gli orari di vendita di birre, vini e liquori è diventato un motivo di rabbia per le menti dei turchi pro-laici che vedono il consumo dell’alcol come una garanzia della laicità turca, anche se questi regolamenti sono ancora di gran lunga più liberali rispetto a quelli in vigore negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Irlanda, ecc.  Erdoğan ha guidato le trasformazioni in tutti gli aspetti della vita in Turchia ed ognuna non solo ha causato cambiamenti drammatici nella società turca, ma ha anche causato l’emergere di nuovi e diversi rivali-avversari. Ma le principali minacce per Erdogan  sono sempre provenute dalle aree non politiche.  E’ stato quindi impossibile effettuare queste riforme senza affrontare nuovi rivali, persino nemici.

 

Rivali di Erdoğan: Unitevi!

Le interazioni e le sinergie tra tali trasformazioni e le alleanze venutesi a rimodellare in modo dinamico e i conflitti tra i rivali hanno reso la nazione turca ancora più complessa e più difficile da analizzare e da capire. Ma qualcuno li ha analizzati e capiti e ha trovato una via per portare la maggior parte degli individui anti-Erdogan alle proteste di Gezi Park, costellate da manifestazioni a Piazza Taksim contro il progetto di rinnovamento varato dalla Municipalità d Istanbul e simboleggiate da dodici alberi del parco. In piazza la folla era composta da gruppi radicali di sinistra, dagli islamisti all’opposizione, da ambientalisti, da femministe, da nazionalisti semi-kemalisti, da membri del LGBT e da militanti pro-violenza del DHKP-C e così via. Una combinazione impossibile di persone era riunita all’insegna di una campagna anti-Erdogan silenziosamente sostenuta da alcuni membri della classica borghesia repubblicana che si erano visti costretti a trasferire una parte del loro potere e previlegi all’élite anatolica emersa durante l’ultima decade e quindi non erano felici. Erdogan e la maggior parte dei suoi sostenitori hanno ritenuto che la ribellione fosse direttamente mirata a destituire il governo con interventi non politici.

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Il 2014 ha assistito alle elezioni locali e presidenziali in Turchia entrambi vinte dall’AK Parti e da Erdoğan. Ma entrambe non erano aree idonee per testare gli effetti della coalizione del Gezi Park. Il 2015 hanno offerto l’opportunità di farlo. Sebbene la maggior parte dei voti HDP siano “in prestito” dai curdi votanti AK Parti, la grande maggioranza dei membri della comunità Gezi ha votato HDP, il cui leader Selahattin Demirtas è stato riprogettato dai suoi consiglieri multinazionali e trasformato da separatista curdo che è ad un “pluralista politico ultra-democratico e post moderno”. Questo è ironico, ma il piano ha funzionato bene.

 

Neo-orientalismo senza nulla di nuovo

Oggi le conseguenze della rapida mobilità sociale globale possono essere viste più chiaramente. I moderni turchi di ieri cercano di riconquistare i loro bastioni caduti nelle mani delle nuove classi emergenti. I nuovi ragazzi (e ragazze) sono dei noccioli duri e non hanno alcuna intenzione di abbandonare; al contrario pensano di aver fatto la loro Reconquista, dopo quasi 100 anni di esilio e di umiliazione socio-economico. La Turchia attuale sta creando continuamente un altro colore ogni giorno che passa, risultato di interazioni di trasformazioni e il paese sta diventando sempre più diversificato.

I commenti già pronti ispirati al punto di vista del “Problema orientale” dell’inizio del 1900 non sono sufficienti a spiegare questa complessità in quanto non erano sufficienti neanche quando erano di moda. I numerosi articoli ed editoriali visti dopo il 7 giugno sui principali  media occidentali e internazionali, che stanno avendo questo approccio neo-orientalista, dimostrano che le intenzioni nei confronti della Turchia sono invariate dopo più di un secolo di costipazione intellettuale che non offre nulla di nuovo rispetto a questa parte del mondo in rapido sviluppo.

Dopo questi ultimi tre anni, i più difficili per Erdoğan, una domanda – come un quiz banale – sarà sempre pronta solleticare la mente di molte persone: E’ stata una pura e semplice coincidenza il fatto che le rivolte del Gezi Park siano scoppiate proprio il terzo anniversario del Mavi Marmara, o era un messaggio indirizzato a Erdogan che doveva essere consegnato? Finché sentiremo le grida di vittoria proveniente dal Medio Oriente, da Sisi, da Assad e da Netanyahu per l’erosione del 10% dei voti dell’AK Parti, la domanda sarà sempre attuale.

 

Cem S.I.


 

[1] CHP – (Cumhuriyet Halk Partisi – Partito Popolare Repubblicano) il primo partito politico della Repubblica di Turchia e unico partito sino al 1946, rappresenta il nocciolo dell’ideologia ufficiale della Turchia, formatasi intorno al Kemalismo e secolarismo.

[2] MHP – (Milliyetçi Hareket Partisi – Partito Movimento Nazionalista) portico nazionalista turco che trae le sue radici sia da elementi turco-islamici che nazionalisti secolaristi (moderni).

[3] HDP – (Halkların Demokrasi Partisi – Partito della Democrazia del Popolo) partito nazionalista filo curdo, ultimo di una nutrita serie di partiti messi al bando dalla Corte Costituzionale prima dell’emendamento costituzionale del 2010.

2 Comments

  • la questione ISIS come la imquadriamo? Visto che le armi e forse i finanzimenti in parte sono passati da qui?

  • Un ipotesi potrebbe essere quella di una specie di false flag ordito a scapito di Erdogan, visto che pochi anni fa aveva subito un tentativo di colpo di stato dalla gerarchia militare, per poi deporli tutti?

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