Il ruolo dell’Esercito Turco in Afghanistan

14 luglio 2011 16:28 1 comment

Un dato abbastanza risaputo parlando di Afghanistan è quello della partecipazione, tra le fila delle truppe internazionali appartenenti all’Alleanza Atlantica presenti sul suolo del Paese, di un contingente turco. Meno noto è forse il fatto che per quanto appaia logico ritenere che il suo ruolo non debba divergere troppo dagli obiettivi delle altre rappresentanze nazionali ivi di stanza, un’analisi più attenta ci rivela come questo contingente sembri essersi ritagliato una mansione del tutto speciale. E questo vale soprattutto per il suo modus operandi del tutto autonomo e svincolato dalle regole d’ingaggio che contraddistinguono gli altri protagonisti di questa ormai quasi decennale lotta al terrorismo internazionale di matrice post 11 settembrina. L’Esercito Turco si trova in Afghanistan a partire dall’anno stesso della caduta del regime talebano, avvenuta nel 2001.

Il 10 Ottobre 2001 attraverso la Risoluzione 722, la Grande Assemblea Nazionale Turca (TGNA), in accordo con l’Articolo 92 della Costituzione, ha autorizzato il Governo a schierare le Forze Armate Turche in Afghanistan, partecipando alla prima fase dell’operazione con un contingente di 300 unità1. Per quanto riguarda un inquadramento preliminare dell’argomento unitamente a qualche particolare inedito ci pare d’interesse introdurre il tema attraverso la testimonianza di Recep Zengin, sottufficiale della Marina Militare Turca, incursore, istruttore subacqueo, specializzato nella bonifica di ordigni esplosivi sia ordinari che subacquei (EOD UDT), consulente per Istituti di Sicurezza Internazionali, il quale ha partecipato ad una missione per conto dell’Esercito Turco in qualità formale di osservatore. La sua intervista fornisce degli elementi interessanti e di prima mano sulla base dei quali ampliare nonché approfondire il quadro che riguarda la presenza e il ruolo delle Forze Armate Turche nel tormentato Paese asiatico.

Recep Zengin, innanzitutto ci potrebbe dire quando Lei è stato in Afghanistan e quale era la sua mansione?

La mia missione in Afghanistan si è svolta nel periodo che va dall’ottobre 2005 al settembre 2006. Ufficialmente mi trovavo là con l’incarico di osservatore per conto delle forze Armate Turche sulla base della mia esperienza trascorsa in qualità di membro di questo esercito. Tuttavia entrare maggiormente nei dettagli inerenti alla mia mansione non mi è consentito.

Le Forze Armate Turche sono in Afghanistan a partire dalla caduta del regime dei Talebani, ci può spiegare qual è il loro ruolo in questo Paese martoriato da 30 anni di conflitti ininterrotti?

Il ruolo dell’Esercito Turco in Afghanistan è essenzialmente quello di supporto alla garanzia della sicurezza, soprattutto alla protezione della zona della capitale Kabul, dove si trova il Quartier Generale dell’ISAF, il Comando della la Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza diretta dalla Nato.

Entrando maggiormente nei dettagli, ci potrebbe spiegare nella fattispecie quali sono le missioni salienti in cui si è cimentato l’Esercito Turco?

Essendo la preparazione del nostro esercito un aspetto ubiquitariamente noto, una delle missioni precipue dell’Esercito Turco è stata quella di realizzare in Afghanistan un’Accademia Militare che si trova nei pressi dell’aeroporto di Kabul, quindi di addestrare le Forze Armate Afghane e le scuole di polizia.

Come forse Lei saprà, il nostro Esercito Italiano di stanza nella regione di Herat, nel Nord-Ovest del Paese, si distingue anche per l’interazione con la popolazione civile. Per quanto riguarda questo aspetto, qual è l’atteggiamento delle Forze Armate Turche in Afghanistan?

L’Esercito Turco oltre alla mansione di riorganizzare l’Esercito Afghano, ha anche quella di garantire la sicurezza della popolazione civile, come ad esempio, quella di un campo sorto sulla via che conduce alla città di Jalalabad. In sintesi l’Esercito Turco, parallelamente alle finalità strategiche, sta altresì cercando di offrire un supporto alla popolazione con cui condivide un’affinità religiosa e in alcune zone del Paese, anche etnica, oltre ad un aiuto a rimarginare le ferite del periodo post-talebano.

Il contingente italiano ha nei recenti mesi subito la perdita di sei militari in seguito ad un attentato kamikaze che ha colpito un convoglio della Nato sulla strada che porta dal centro cittadino all’aeroporto della capitale, Kabul. Qual è la situazione delle Forze Armate Turche da questo punto di vista?

Essendo ottimo il rapporto con la popolazione civile, il nostro esercito gode di un’eccellente reputazione. I convogli turchi sono particolarmente sicuri, tant’è che un escamotage cui talvolta purtroppo alcuni militari di altre nazioni ricorrono e nei confronti del quale il nostro rappresentante militare per la Nato, il generale Mehmet Veysi Ağar ha inoltrato una protesta formale, è quello di utilizzare l’insegna turca a mo’di protezione, onde evitare di essere attaccati. Per quanto riguarda le perdite dirette, contiamo soltanto quella di un ufficiale vittima di un attentato all’ISAF. Di attacchi veri e propri rivolti direttamente contro i turchi non ce ne sono mai stati.

Sempre a proposito di ciò, essendo la Turchia un Paese religiosamente e culturalmente più affine all’Afghanistan rispetto alle altre nazioni presenti in loco, esistono fra i due Paesi relazioni precedenti al recente conflitto che ha visto la caduta del regime talebano?

Sì, in effetti, esiste un’amicizia storica fra le due nazioni che risale all’epoca di Mustafa Kemal Atatürk, allorché la scorta personale del Re afghano, Amanullah Khan era costituita da un contingente turco inviatogli dallo stesso Atatürk. Di questi turchi, al tempo residenti a Kabul e rimastivi, ve n’è ancora testimonianza in loco, tant’è che tuttora esiste nella capitale afghana un cimitero turco.

Questo dunque per quanto riguarda le relazioni storiche. E delle più recenti relazioni culturali ci può dire qualcosa?

Da questo punto di vista la Turchia sta investendo direttamente nella cultura e precisamente nella provincia di Mazar-i Sharif, una zona dove esistono minoranze storiche appartenenti alla turcofonia e dove sono già state edificate due scuole aderenti alla Fondazione Fetullah Gülen2.

Secondo Lei quali sono i problemi più urgenti da risolvere nel Paese?

Sicuramente la diffusa indigenza, la totale assenza di consumi, di sicurezza, di infrastrutture anche nella capitale, ancora priva di una rete fognaria che stridono con lo stanziamento di milioni di dollari, da parte americana, per la costruzione di autostrade che collegheranno il Paese con l’Iran. Senza scordare la piaga della produzione di oppiacei ed il narcotraffico.

L’Esercito Turco e l’ISAF

La presenza dell’Esercito Turco in Afghanistan, alquanto esigua agli inizi, considerando che contava circa 300 unità, non ha mai oltrepassato le 750 fino a tempi recenti ed è stata ampliata solo negli ultimi mesi. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 20 dicembre 2001 numero 1386, autorizzò la costituzione di una International Security Assistance Force (ISAF), una forza internazionale composta da circa 58.300 militari provenienti da una quarantina di nazioni, avente il compito di assistere l’Autorità Interinale Afghana nel mantenere la sicurezza a Kabul e nelle aree limitrofe da Talebani, elementi di al-Qaeda ed eserciti mercenari, e in particolar modo proteggere il governo transitorio guidato da Hamid Karzai, affinché detta Autorità ed il personale dell’ONU potessero operare in un ambiente sicuro3.

Il comando originariamente fu assunto dall’Inghilterra ma a partire dal 18 giugno 2002 passò alla Turchia, nelle mani del Generale Hilmi Akın Zorlu, che lo mantenne fino al 10 febbraio 2003 conseguendo importanti traguardi e creando nella collettività afghana un’immagine positiva di questo contingente straniero, guadagnatosi la fiducia della gente di questo Paese.

Nel periodo intercorso fra il febbraio e l’agosto del 2003, il comando comune di Germania e Olanda passò alla Nato, si decise così di ampliare l’ambito della missione, su scala nazionale. La Rappresentanza Civile della Nato iniziò ad affidare ruoli a ciascuna nazione, alla cui candidatura aspiravano la Germania e l’Inghilterra. Qualche tempo dopo anche la Turchia inoltrò la sua proposta cui i Paesi membri della Nato assegnarono il loro voto favorevole.

Un secondo mandato della Turchia ebbe quindi luogo nel febbraio del 2005 con il Generale Ethem Erdağı, fino al 5 agosto dello stesso anno allorché il comando passò all’Italia. In seguito sia da parte turca, sia altresì da parte di altri attori regionali ci si aspettava un terzo turno (agosto-novembre 2009) di rappresentanza della Turchia al comando dell’ISAF, proprio anche in virtù di questo fatto – ricordato da Zengin – che al fine di non subire attacchi, si esponesse lo stendardo turco sui convogli, una aperta dimostrazione dell’importanza che la popolazione afghana attribuisce alle Forze Armate Turche. A dispetto di ciò, sembra che al vertice di Bruxelles dell’aprile 2008, la Nato avesse adottato la tesi secondo cui la Turchia nella soluzione della questione afghana, si configurava come una nazione essenzialmente inadeguata dal punto di vista dei mezzi militari.

Peraltro sebbene il contingente turco abbia, da un lato, recentemente incrementato i suoi effettivi da 750 alle 1.750 unità, dall’altro non ha modificato i restrittivi limiti operativi imposti dal governo di Ankara che di fatto consentono di sparare solo per difendersi e impediscono ai soldati di dare la caccia ai talebani e condurre azioni offensive. Come precisato dal generale Metin Gurak, portavoce dell’Esercito Turco, “La nostra missione rimane la medesima: garantire la sicurezza a Kabul e alle zone limitrofe, ma i soldati turchi non parteciperanno alla lotta antiterroristica contro al-Qaeda e contro i Talebani”.

Ed anche per quanto concerne i rapporti con le altre nazioni presenti sul territorio, non sono mancate alcune tensioni che hanno riguardato, ad esempio, lo stesso contingente italiano. Come scrive il Corriere della Sera, il 30 settembre scorso la Folgore aveva la­sciato il fortino avanzato nella vallata di Musahi, eretto tre anni fa a una tren­tina di chilometri a sud di Kabul, per passarlo alle nuove forze di sicurezza afghane. Ma c’è stato un problema. «Toccherebbe ai turchi pren­dere il nostro posto. Però non lo voglio­no fare, il loro mandato lo vieta», spie­gò il colonnello Aldo Zizzo, comandan­te locale della Folgore. Dal quartier ge­nerale turco risposero secchi che le attività del contingente sono con­centrate nella capita­le, per addestrare i militari afghani4.

Peculiarità della posizione turca

Questo atteggiamento generale apparentemente ambiguo, se non in certe circostanze reticente, da parte della Turchia, non ha mancato di suscitare qualche perplessità anche interna. Come quella del comandante in capo delle Forze Armate Turche, il generale Yaşar Büyükanıt, il quale in un’intervista rilasciata qualche tempo fa, aveva avuto modo di ribadire che non era compito delle truppe turche combattere il terrorismo e che il loro invio in Afghanistan non rientrava nella sua sfera di competenza, bensì in quella governativa.

Ankara da parte sua si sta muovendo in maniera certamente risoluta ma altresì intrisa di puro pragmatismo, quantomeno prescindendo dai toni, visto che il recente invio di rinforzi è in aperta idiosincrasia con le parole del Premier Recep Tayyip Erdoğan, il quale in precedenza aveva affermato: “Non invieremo altri soldati in Afghanistan”. Il Presidente turco Abdullah Gül in una dichiarazione ha commentato la richiesta di rinforzi con la seguente frase: “Non vogliamo divenire una fazione belligerante”, spiegando che qualora la Turchia inviasse rinforzi in Afghanistan vanificherebbe il rispetto che i talebani serbano nei suoi confronti. Quindi aggiungendo prioritaria la necessità di guadagnare il cuore della popolazione, ha postillato dicendo che comunque gli Stati Uniti apprezzano le attività turche in Afghanistan così come sono svolte. A riscontro di ciò c’è una dichiarazione, riportata dal quotidiano turco Radikal, del rappresentante speciale USA per l’Afghanistan ed il Pakistan, Richard Holbroocke, il quale afferma: “Se la Turchia non inviasse nuove truppe non danneggerebbe la nostra politica. Del resto la collaborazione con la Turchia è imprescindibile”. Inoltre ha aggiunto che in Afghanistan essa è la nazione più influente dopo gli stessi Stati Uniti. Quindi, spiegando che in loco possiede un potenziale di conseguimento degli obiettivi che le altre nazioni non hanno, ha affermato che: “Noi alla Turchia non richiediamo niente. Discutiamo solo su quello che possiamo fare insieme”.

La chiave del successo ottenuto dalla Turchia in questo Paese, percepito come una sorta di vicolo cieco del terrore, un’iterazione del pantano iracheno, da cui in Occidente filtrano quasi esclusivamente notizie inerenti all’escalation degli attentati kamikaze, è tuttavia legata a quella che sembrerebbe essere una conditio sine qua non per operare in un contesto tanto nevralgico.

Si tratta dell’esistenza di due fattori fondamentali che avvicinano le due nazioni, la Turchia e l’Afghanistan. Una serie di elementi essenziali costituiti da relazioni storiche intercorse, così come dall’omogeneità culturale. Da parte afghana, infatti, sebbene il fatto non costituisca nulla di straordinario se non una frequente lacuna circa il ruolo svolto dai turchi nella storia del continente eurasiatico, la Turchia non è percepita come un Paese estraneo, avulso dalla storia e dalla cultura nazionale. La storia afghana è in parte anche turca, pensiamo solo al ruolo fondamentale esercitato dalla dinastia turca dei Ghaznavidi (X-XII sec.).

Più di recente, nel 1920, l’Afganistan fu la prima nazione a riconoscere il Parlamento turco, allorquando proprio degli afghani combatterono a fianco dei turchi sostenendoli nella Guerra d’Indipendenza. Turco fu anche il primo Sottosegretario del Ministero della Difesa afghana. Ed ancora la Turchia costituì il prototipo della modernizzazione dell’Afganistan allorché questo Paese s’affacciò alla contemporaneità. La Turchia inoltre si è più volte prestata ad aiutare il Paese centrasiatico. Alla vigilia dell’aggressione sovietica accolse sul suo territorio varie tribù kirghise del Badakhshan. Non scordiamo a questo proposito fra l’altro che, quantunque i rapporti con la maggioranza Pashtu non siano sempre stati idilliaci, attualmente il 10-12% della popolazione afghana è turcofona. Insediati in varie regioni del nord del Paese ci sono turkmeni, uzbechi, kirghisi e kazaki. Lo stesso generale Rashid Dostum, leader dell’Alleanza del nord apparteneva ad una di queste enclave.

Ma come puntualizzato da Zengin, l’evento che più di tutti ha suggellato l’avvicinamento fra i due Paesi, guadagnando la popolarità conseguita dalle Forze Armate Turche, affonda le proprie radici nella particolare importanza che lo stesso Mustafa Kemal Atatürk aveva attribuito all’Afghanistan. Sebbene il kemalismo sia stato un’ideologia scevra di mire espansionistiche, la grande esperienza geopolitica posseduta da Atatürk, lo orientavano verso l’Afghanistan, l’estremità meridionale della regione centrasiatica. Tant’è che Turchia e Afghanistan sottoscrissero a Mosca, nel 1921, un primo accordo ufficiale.

Questo accordo prevedeva che la Turchia inviasse in Afghanistan del personale qualificato onde creare una classe di specialisti. La Turchia pertanto contribuì molto alla formazione professionale dell’Esercito Afghano nel primo stadio della sua costituzione. Nel maggio 1928 su invito ufficiale di Atatürk, il Re dell’Afghanistan, Amanullah Khan giunse in visita ufficiale in Turchia e i due, ad Ankara il 25 maggio 1928, sottoscrissero il “Concordato Afghano-Turco di Amicizia Perenne”.

Parafrasando il tutto attraverso una trasposizione nell’attualità, la ricostruzione dell’Afganistan e delle sue infrastrutture pedagogico-militari rappresenta per la Turchia un affare tutt’altro che nuovo. E questa è altresì la tesi sostenuta dal Ministro turco Ahmet Davutoğlu, secondo il quale, visti i precedenti storici, l’istruzione dell’esercito afghano non può spettare agli USA, bensì alla Turchia.

Inoltre Davutoğlu, ha detto che la Turchia vi farà accedere tutti i gruppi etnici. Affermazione quest’ultima, in cui non si può fare a meno di ravvisare, così come per quanto riguarda le scuole della Fondazione Fetullah Gülen citate da Zengin, l’intenzionalità da parte di Ankara di avvantaggiare le etnie turche presenti nel Paese. Certamente per contrastare l’egemonia talebana di matrice wahhabita introducendo il modello di Islam turco moderato e laico-tradizionalista. Tuttavia fra le righe non è difficile riconoscere l’ambizione turca verbalizzata dall’ex Premier Turgut Özal e dall’ex Presidente Süleyman Demirel, di ricoprire un ruolo leader in un “Mondo turco che si estende dalla Muraglia Cinese fino all’Adriatico”.

L’operato dell’Esercito Turco

L’Accademia Militare Turca nella capitale afghana di Kabul è comunque una realtà e rappresenta l’attività più importante in cui si è cimentato l’esercito. Attiva da qualche tempo possiede programmi di studio triennali che contano già 811 iscritti. Accolta con parole d’encomio in un’occasione solenne da parte del generale in capo delle Forze Armate Afghane, Bismillah Muhammadi, la sua completa realizzazione, del valore complessivo di 8.7 milioni di dollari è prevista per il 21 marzo prossimo, come afferma in un’ intervista il generale di brigata turco Levent Çolak5.

Importante è anche la cooperazione di questa scuola con l’Accademia Militare Nazionale Afghana, sebbene forse un po’ in competizione con la nota Accademia Americana di West Point che ne è l’altro mentore. Inoltre l’esercito turco è altresì attivo nella formazione delle forze di polizia locale.

Per quanto riguarda le altre attività, come riportato da un’intervista a Hikmet Çetin, ex Rappresentante Civile per la Nato in Afghanistan ed ex Ministro turco degli Affari Esteri, partendo dal presupposto che senza incentivare uno sviluppo economico e sociale non sia possibile porre fine alla piaga del terrorismo, Ankara, sempre tramite il suo esercito sta portando avanti una politica finalizzata a valorizzare lo sviluppo del Paese. Si è pertanto cimentata in vari progetti di ricostruzione, come ad esempio nel dicembre del 2006, nella Fondazione del Team per la Ricostruzione Provinciale di Wardak 6. Un progetto che ha visto la costruzione di 3 scuole elementari, una clinica, un istituto tecnico-agricolo, strutture sportive, magazzini alimentari, ecc. Inoltre dal 2002 al 2007 sull’intero territorio sono stati realizzati quattro ospedali, cliniche varie, 27 strutture scolastiche, 260 borse di studio per studenti afghani e aiuti vari per 14 mila famiglie e 8 mila bambini.

Allo stesso modo la Turchia ha presentato diversi progetti finalizzati alla ricostruzione dell’Afghanistan per il valore complessivo di 200 milioni di dollari.

Infine sta cooperando con il Pakistan, che condivide con l’Afghanistan una frontiera lunga 2,500 km al fine di arginare il continuo sconfinamento dei Talebani e prevenire il terrorismo.

Nel dicembre 2008 ad Istanbul, si è tenuto un vertice trilaterale fra Turchia Afghanistan e Pakistan, in cui si è sottoscritto un mutuo accordo per la creazione di collaborazioni nei settori della lotta al terrorismo e al narcotraffico seguito da un altro, nell’aprile 2009 per stabilire una collaborazione nel settore dell’intelligence. Alla luce di questi elementi sarà forse più facile evincere il motivo per cui la Turchia possieda delle chance maggiori rispetto a qualsiasi altro Paese della Nato per operare con successo in Afghanistan. Auspicabile sarebbe piuttosto, vista l’irrinunciabile ambizione turca d’ingresso nella UE da una parte, cui fa da contrafforte la sua centralità geostrategica e geoeconomica dall’altra7, un’equivalente collaborazione con le forze europee presenti sul territorio.

Ermanno Visintainer

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